
Sono almeno trent’anni che la questione meridionale è stata messa ai margini del dibattito pubblico. Dall’inizio degli anni Novanta, quando i governi Amato e Ciampi decretarono la fine dell’intervento straordinario e abbandonarono di fatto il paradigma della «specialità» del Mezzogiorno, lo Stato ha smesso di considerare il Sud una priorità strategica distinta. Nel frattempo, nuove narrazioni politiche hanno preso piede: autonomismo responsabile, competitività tra territori, federalismo, gabbie salariali, residuo fiscale. Così il Sud è passato dall’essere un problema da affrontare a un peso da gestire.
È il tipico caso del bambino gettato via con l’acqua sporca: il nodo centrale della questione meridionale, il divario tra Nord e Sud, non solo non è stato risolto, ma si è ulteriormente aggrovigliato.
Da Foggia e Gravina in Puglia arriva però un coraggioso appello a rimettere al centro il tema meridionale, a imboccare la strada di un possibile nuovo meridionalismo.
A lanciarlo è stata una rete inedita di istituzioni universitarie, enti culturali e realtà sindacali, che ha unito il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Foggia, l’Istituto Studi Sindacali Italo Viglianesi della UIL di Foggia, la rivista Nuovo Meridionalismo Studi (patrocinata dal Dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione dell’Università del Molise), il blog Lettere Meridiane, la Fondazione Ettore Pomarici Santomasi e il Liceo Statale Tarantino di Gravina in Puglia.
In un convegno articolato in due giornate (la prima a Foggia, ospitata dall’Università, la seconda domani a Gravina in Puglia), il composito gruppo di studiosi, intellettuali ed esponenti sindacali ha riflettuto sugli aspetti politici e storiografici della questione meridionale. Proprio l’approfondito sguardo rivolto al passato dai relatori ha certificato l’attualità del tema e la sua intima connessione con quella ferita, aprt mai del tutto concluso processo di unificazione dell’Italia.

Come ha detto il prof. Daniele Stasi, presentando l’iniziativa, «subito dopo l’unità d’Italia sembra essere prevalsa, nelle classi dirigenti settentrionali, l’idea che il Mezzogiorno andasse civilizzato, in una visione tipicamente colonialista. Accanto ad altre soluzioni, tra cui quella salveminiana e gramsciana, è utile ricordare la tentazione tecnocratica per cui i problemi del Sud sono affrontati innanzitutto attraverso un piano stabilito “dall’alto” e in termini di regole di mercato e non di giustizia sociale. Da taluni, addirittura, la questione meridionale è stata vista come un feticcio degli intellettuali. Invece il problema esiste e persiste, non si tratta soltanto di dualismo regionale, ma di una redistribuzione della ricchezza, in un quadro politico internazionale profondamente mutato – in seguito alla globalizzazione e alla fine dell’ordine liberale con l’ascesa di Trump – che colmi il persistente divario tra Nord e Sud.»
L’incontro, coordinato dal prof. Claudio Palazzolo dell’Università di Pisa, si è aperto con i saluti della prof.ssa Lia Robustella, direttrice del Dipartimento di Scienze Sociali, e di Luca Maggio della UIL Foggia.
Le relazioni hanno toccato diversi aspetti: la prof.ssa Francesca Russo ha analizzato il pensiero di Maria Antonietta Macciocchi; il prof. Maurizio Griffo ha ripercorso le stagioni del meridionalismo; il prof. Dario Caroniti ha riflettuto sul mito dello Stato nelle politiche per il Sud; il prof. Gianluigi De Pascale ha approfondito la figura di Domenico Menichella; il prof. Daniele Stasi ha esaminato l’eredità di Pasquale Stanislao Mancini; il dott. Giuseppe Foglio ha messo in luce il rapporto tra Mezzogiorno, Europa e Occidente nella rivista Nord e Sud; e Roberto Campo ha ricostruito il ruolo del sindacato nella storia della Cassa per il Mezzogiorno.
Il convegno ha approfondito temi e personaggi variegati, che si collocano in un arco temporale vasto, che va dagli anni immediatamente successivi all’Unità fino agli ultimi decenni del secolo scorso, che hanno «archiviato» la questione meridionale.

A collegare momenti e protagonisti così eterogenei è emerso un filo rosso: il superamento del divario che separa le due aree del Paese è prima di tutto una questione di unità nazionale.
Il rischio è che il divario si aggravi irreversibilmente, vista la drammatica desertificazione demografica e l’emigrazione di cervelli che stanno colpendo il Mezzogiorno.
Per questo è necessario e urgente un nuovo meridionalismo che riporti la questione meridionale al centro del dibattito pubblico. L’attento e composito uditorio del convegno foggiano (accademici, intellettuali, lavoratori ma soprattutto tanti giovani) autorizza a sperare.
Geppe Inserra
