Quando “fare il foggiano” era un insulto

Non bastavano il detto «Fuggi da Foggia» o il termine «foggianata» con cui dalle parti di Pisa e Livorno bollano quanto sa di rozzo o pacchiano. Adesso spunta un altro motto, tutt’altro che lusinghiero, a mettere alla prova l’autostima dei foggiani: «Fatti turco, fatti indiano, ma non farti mai foggiano».
In questo caso, almeno, l’origine non è nebulosa, come per le altre contumelie. Affonda nei rapporti – non sempre idilliaci – tra i piloti di stanza a Foggia e la popolazione locale.
Sembra che il modo di dire fosse di moda tra avieri e piloti italiani e tedeschi che prestavano servizio negli aeroporti foggiani durante la seconda guerra mondiale. A riferirne (devo la segnalazione al sempre attento Maurizio De Tullio) è stato in un’intervista a Claudia Agusta, Roman Gasser, singolare personaggio scomparso mentre veleggiava verso il secolo di vita. È stato uno sportivo di buon livello che si è distinto in diverse discipline: nuoto, calcio, rugby, pallanuoto e soprattutto hockey. Per i suoi meriti è stato insignito della Medaglia del Coni.

Roman Gasser

A Foggia indossava la divisa della Regia Aeronautica (più tardi sarebbe approdato nella Luftwaffe, date le sue origini bolzanine). «Lì ottenni il brevetto. Dicevano ‘fatti turco, fatti indiano, ma non farti mai foggiano’: s’addestravano anche avieri spagnoli, perché in Spagna c’era la guerra civile.»
La testimonianza di Gasser suggerisce che negli ambienti militari «fare il foggiano» fosse sinonimo di inaffidabilità, simulazione o comportamento furbo, in parallelo al «fare l’indiano», cioè fingere di non capire.
L’episodio citato non è il solo che denoti la scarsa stima di cui Foggia e i foggiani godevano da parte dei piloti ospitati nei suoi aeroporti.
Più o meno nello stesso periodo di Gasser, a Foggia si addestrava Guido Fortis, che in una lettera a suo fratello Sergio confidava: «Sono da pochi giorni ritornato in questa lurida città e purtroppo non ne posso già più».
La lettera è scritta su carta intestata del Regio Aeroporto Gino Lisa. L’autore aveva da poco appreso che sarebbe dovuto rimanere a Foggia anche dopo il brevetto, per seguire il corso di perfezionamento per i caccia: «così invece d’andare in squadriglia rimaniamo a soffrire qui… Io voglio ritornare a respirare aria libera… A fine brevetto in tutti i modi vorrei andar via da Foggia, quindi o tornare a Castiglione o Foligno, e qui ti vorrei pregare se puoi con qualche tua conoscenza farmi questo favore, preferisco qualunque città a Foggia.»
Marco Occhipinti ha approfonditamente studiato il documento, pubblicandolo in quell’impareggiabile esempio di public history che è il sito Sfizi di Posta: «La lettera di Guido può apparire denigratoria e offensiva per un territorio, quello foggiano, dove era allocata la scuola volo a cui Guido doveva comunque essere riconoscente. Ma va anche detto che all’epoca la zona del foggiano era depressa e tale doveva apparire a un ragazzo nel nord, abituato a tutt’altra situazione, sociale ed economica.»


Una sensazione simile era stata provata, qualche anno prima, dagli aviatori statunitensi giunti a Foggia per addestrarsi sulla pista del Lisa, agli ordini di Fiorello La Guardia, futuro sindaco di New York, figlio di genitori foggiani. Infuriava la Grande Guerra, e la scuola di volo foggiana svolse un ruolo centrale nella formazione dell’aeronautica militare americana. Passarono alla storia come «i Foggiani»; ma se il campo scuola fu giudicato eccellente, ben diverso fu il giudizio riservato alla città.
Come si può leggere nel documentato saggio «Troppo vento, non si vola» di Gregory Alegi, il giudizio degli aviatori d’oltreoceano sulla città fu durissimo.

Di Foggia gli americani apprezzarono più il clima, paragonato alla California o al giugno in Pennsylvania, che le condizioni. Si trattava della «città più sporca d’Italia», «un ottimo posto da cui tenersi lontani», in cui «la gente dorme, mangia, cucina e tiene mucche e galline nella stessa stanza» e i bambini erano «i più sporchi mai visti». «Non crederesti che qualcuno possa vivere come vive questa gente. La maggior parte sono ammalati e gli altri non sono in buona salute.»

I brani citati sono di Sherwood Hubbell ma – come puntualizza l’autore del saggio – concetti analoghi sono espressi di frequente anche dagli altri aviatori americani.
Negativo anche il giudizio sul vitto: «Il maggior nemico del nostro comfort è stato il cibo. Era davvero italiano e forse buono per l’Italia ma molto lontano da quello americano per qualità e quantità», annota Jack B. Hilliard, un altro autore che si è occupato diffusamente dei «Foggiani».


Il loro tenore di vita era in ogni caso decisamente superiore a quello dei loro colleghi spediti ad addestrarsi in Francia. Un serio inconveniente era rappresentato dalle condizioni meteo che spesso non consentivano il decollo degli aerei. «Le frasi ‘Aria agitata – non si vola’ e ‘Troppo vento – non si vola’ si scolpirono nella memoria di tutti», scrive ancora Alegi.
E la popolazione foggiana, che rapporto aveva con gli ospiti americani? Decisamente buono. Il loro arrivo ,il 16 ottobre 1917, fu salutato da manifestazioni di sincero tripudio popolare. La città manifestò un’accorata partecipazione in occasione dei funerali a tre piloti rimasti vittime del primo incidente aereo registrato durante i voli di esercitazione.

Una foto curiosa. Herbert Dobbs, pilota americano al campo di addestramento di Foggia, durante la Prima guerra mondiale, seduto al centro di un enorme cumulo di neve dopo la nevicata del 1917.

Il 20 gennaio 1918 due velivoli si scontrarono in volo a causa di un improvviso banco di nebbia che si era addensato nel cielo foggiano. Nell’impatto persero la vita il tenente William Cheney, che era stato il primo americano a ricevere il brevetto militare italiano (aveva appena 21 anni), il tenente Oliver Sherwood e il cadetto George Beach.
Il 29 gennaio, il cronista del New York Times raccontò la cerimonia funebre sottolineando la profonda condivisione del dolore manifestata dalla cittadinanza. Mentre sfilava il corteo funebre, scrive il quotidiano newyorkese, «all’improvviso, da ogni lato affluirono centinaia di persone: ragazzacci di strada, uomini e donne di ogni classe sociale, soldati feriti. I degenti dell’ospedale si affacciavano a tutte le finestre. Nella folla si avvertiva un sentimento nuovo, diverso da quello che aveva accompagnato tante manifestazioni militari. Fino ad allora gli americani erano stati poco più che una curiosità; quel giorno, invece, era diverso. C’era un fremito nei cuori della gente».
La stessa commossa partecipazione la città avrebbe dimostrato quasi trent’anni dopo, durante la Seconda Guerra Mondiale, in uno scenario molto diverso. Nel 1918, gli americani erano ospiti, tra il 1943 e il 1945 sarebbero stati occupatori. Con quale rapporto nei confronti della città?
Lo vedremo nella prossima puntata.

Geppe Inserra
(1.continua)

Author: Geppe Inserra

3 thoughts on “Quando “fare il foggiano” era un insulto

  1. Vale la pena di ricordare l’artista tedesco Joseph Beuys che a Foggia fu pilota della Luftwaffe nella prima guerra mondiale e sopravvisse a un incidente aereo. Nel 1974 concepì un progetto artistico a cui diede il nome “Die Leute sind ganz prima in Foggia” (La gente è meravigliosa a Foggia).

  2. A proposito del denigrare i foggiani e il loro carattere ricordo il termine usato da Niki Vendola nell’ ultimo periodo di presidenza della Regione Puglia: foggianesimo, per sottolineare il carattere lamentoso e vittimistico della sua popolazione.

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