
L’Università di Foggia è riuscita a compiere il miracolo. Ha messo tutti d’accordo attorno a un tema, sofferto e controverso, come i bombardamenti che insanguinarono e rasero al suolo la città nell’estate tragica del 1943, e misero fine al sogno della «grande Foggia» coltivato dal regime.
È l’esito del «percorso partecipativo» promosso dal Dipartimento di Studi Umanistici e dall’Area Terza Missione e Grandi Progetti dell’Ateneo, in collaborazione con il Comune di Foggia e un ampio partenariato civile e culturale, i cui risultati sono stati presentati in un convegno, affollato e partecipato, come raramente capita di vedere in eventi a sfondo storico e culturale.
Vi racconterò quest’autentica maratona con una serie di «lettere meridiane». L’importanza dell’evento lo merita, perché davvero potrebbe trattarsi di una svolta copernicana per la città, che non è stata soltanto spettatrice. Tra le finalità del percorso – incardinato nel metodo previsto dalla legge sulla partecipazione della Regione Puglia – c’era quello di mettere a punto un documento da offrire all’amministrazione comunale come base per una politica di welfare culturale urbano.
Ed è quanto mai significativo che si parta da quella tragica estate del 1943 che tante conseguenze che ha avuto sull’identità di Foggia, sul suo sviluppo demografico ed urbanistico.
La rete che si è andata componendo durante il percorso partecipativo, e che potrebbe diventare una vera e propria comunità di patrimonio, nel solco degli indirizzi dell’Unesco e del Consiglio d’Europa in materia di memoria, offre la possibilità concreta di alzare l’asticella.
Superate le polemiche ed i contrasti che hanno spesso accompagnato il dibattito sui bombardamenti, sta prendendo forma una memoria pubblica condivisa.
Tra gli interventi più significativi dell’intensa giornata quello di Saverio Russo, storico e Direttore emerito del Dipartimento di Studi Umanistici.
«È necessario ragionare sui bombardamenti facendo partire la ricerca, superando la logica della città vittima – ha detto – . Non è importante stabilire quante siano state le vittime, perché sono tantissime, troppe anche le 2.000 accertate dalla ricerca di Maurizio De Tullio per conto della biblioteca Magna Capitana. È importante creare un cantiere di ricerca permanente, superando la tentazione delle iperboli.»
Per farlo, è tuttavia necessario affrontare un problema che ha gravato e non poco sul percorso di ricerca fin qui condotto dall’Università e dai soggetti della rete: la chiusura dell’Archivio Storico della Città.
Lo stesso prof. Russo ha avanzato una proposta, che va sostenuta: trasferire l’Archivio storico dall’attuale sede di via Telesforo, non idonea e inagibile, all’ex distretto militare, destinato ad ospitare il Museo Giordaniano, cui è stata destinata una superficie di 2.000 metri quadrati. All’archivio ne basterebbe solo una piccola parte (200 metri quadrati). E la città ritroverebbe la sua memoria sospesa.
Geppe Inserra
(1. Continua)