Il palazzo imperiale di Federico II a Foggia è un clamoroso esempio di damnatio memoriae. Della prestigiosa costruzione, che nel pieno dell’età sveva e angioina ospitò parlamenti, curie, feste e funerali regali, oggi sopravvivono soltanto l’epigrafe che ne attesta l’importanza e l’archivolto d’ingresso.
L’una e l’altro non si trovano neanche nella loro posizione originaria: l’ultimo atto della damnatio memoriae che ha colpito il palazzo sono stati i bombardamenti alleati dell’estate 1943, che ne provocarono il crollo e resero necessaria la ricostruzione nel sito attuale.
Ma quali eventi causarono il declino del palazzo e dove sorgeva con precisione? A questi interrogativi ha cercato di rispondere un’interessante conferenza di Geppe Inserra, coordinatore di Lettere Meridiane. L’iniziativa è stata promossa dall’Associazione Tre Castel.
Dopo l’introduzione della presidente dell’associazione Luisa Tasca e di Ranieri Gonzini, la relazione ha preso le mosse dalle fonti ufficiali, che permettono di stabilire con certezza che, dalla sua edificazione fino alla seconda guerra mondiale, l’arco è rimasto sempre nella stessa posizione.
Inserra è partito da Pietrantonio Rosso di Manfredonia che nel 1584 scriveva, parlando del Palazzo: «ancora vi stanno parte di muraglie e la porta maggiore integra tutta, nella quale in un marmo egli dichiara che Foggia sia città regia ed inclita sede imperiale».
Alla fine del ‘500 risale anche la Mappa dell’Angelica che ci permette di vedere dove fossero le «muraglie» evocate dal notaio di Manfredonia.

La persistenza dell’arco nel sito originario viene confermata anche dall’abate Giovanni Battista Pacichelli, che visitò Foggia nel 1686 e ne «Il Regno di Napoli in prospettiva» (opera pubblicata postuma nel 1703) descrisse così le spoliazioni che il palazzo aveva subito: «I suoi Leoni scolpiti di marmo, si veggon’hora, al Tempio descritto (la Cattedrale, n.d.r.), siccome le colonne di verde antico, & altri ruderi di pregio. Così appariscono in più luoghi portioni delle sue mura, rimaste dopo le più barbare prede, per segno, dell’antica grandezza & imperiale munificenza».
Inserra ha quindi ricordato la preziosa testimonianza di Guglielmo Della Valle che visita Foggia intorno al 1780 e scrive: «Un magnifico muro tutto di travertini a pezzi ben grandi con l’arco del maggior uscio esisteva fin nel 1764 quando per quel non so quale reo destino, che veglia alla distruzione di tutte le Antichità più pregiabili, fu quel muro mandato giù, e per fortuna restò in piedi l’Arco suddetto e salvossi l’inscrizione, che v’era al di sopra, la qual, tolta di sù l’arco, hanno incastrata nel muro di alcune botteghe quivi di nuovo fabbricate».
Secondo il relatore, si tratta di un’annotazione importante, perché venne scritta dopo il terremoto del 1731 e ci dice che l’epigrafe venne murata sotto l’arco, come si vede nelle rappresentazioni ottocentesche. Dunque l’arco rimase al suo posto, tra muri rimaneggiati e dagli ultimi decenni del ‘700 l’iscrizione gli andò a fare compagnia.

È lo scenario rappresentato nitidamente dal disegno di autore ignoto custodito nella Collezione di Disegni e Mappe dell’Archivio di Stato di Roma che documenta – come ha opportunamente sottolineato lo studioso Francesco Gangemi – la sopravvivenza di imponenti lembi murari, nonostante la spoliazione.
Tutte le successive rappresentazioni ottocentesche concordano, compreso il disegno di Giuseppe Ventura, datato 1856, che come ha sottolineato Geppe Inserra «riveste una cruciale importanza, perché è il solo in cui siano visibili elementi tutt’ora esistenti: Palazzo Arpi e la scalinata sulla sinistra.»

Sovrapponendo gli elementi comuni al disegno e ad una fotografia contemporanea del sito ed affidandosi all’intelligenza artificiale di Nano Banana, è stato possibile ricostruire l’esatta collocazione dell’archivolto, fino ai bombardamenti del 1943 che lo distrussero. Potete vederne il risultato nella spettacolare immagine d’apertura che verrà offerta in omaggio in alta risoluzione agli abbonati al canale whatsapp di Lettere Meridiane. La conferenza integrale sarà resa invece disponibile prossimamente.

Grandioso Geppe 🙌👏🙌
Grazie
Queste notizie confermano quanto già si sapeva circa le sorti del palazzo imperiale che fu gestito fino al 1500 ed ancora più avanti come è stato scritto e che il terremoto del 1731 cominciò a vederne la fine salvando in seguito solo l’Archivolto che passò dal fare da cornice ad un basso di bottega fino a che, dopo i bombardamenti del 1943, fu restituito ad una più degna posizione dove oggi risiede. Quello che resta, il poco che resta di quel palazzo imperiale a seguito dell’incuria dei regnanti e di tutti coloro i quali ne avebbero dovuto aver cura.