I tre articoli che Giuseppe Cassieri pubblicò tra il 1946 e il 1947 su Le nostre regioni hanno una particolarità che li rende oggi ancora più interessanti: con ogni probabilità rappresentano il suo autentico esordio letterario.
Quando avviò la collaborazione con l’originale mensile fondato e diretto da Checco Bonelli, Cassieri aveva appena vent’anni. Aveva già lasciato da tempo Rodi Garganico, dov’era nato nel 1926, per andare a studiare fuori – come allora accadeva a molti giovani meridionali: prima a Fermo, poi a Lucera, presso il Convitto Nazionale.
Negli anni della collaborazione con Le nostre regioni è con ogni probabilità già a Firenze, dove si era trasferito dopo l’esperienza all’Università di Napoli per frequentare la Facoltà di Lettere.
Cassieri è ancora uno scrittore in nuce, ma già si intravede la caratura letteraria che lo renderà uno degli autori italiani più originali e inquieti del secondo Novecento.
A confermare implicitamente che il battesimo letterario di Cassieri avvenne sulle colonne de Le nostre regioni c’è un documentato articolo pubblicato su Sinestesie on line da Cosma Siani, suo amico personale e biografo che data al 1948 il suo primo racconto, Chi sa fiutare il vento, apparso sul quotidiano fiorentino Il nuovo corriere, diretto da Romano Bilenchi.
Quelli ospitati da Checco Bonelli non sono però veri e propri racconti, ma piuttosto bozzetti letterari, nei quali il giovane autore racconta il Gargano, le sue atmosfere e il pathos della vita quotidiana. Sono quadri d’ambiente che riecheggiano quella tradizione di giornalismo letterario che, tra Otto e Novecento, aveva avuto interpreti illustri in Giovanni Verga, Luigi Capuana, Matilde Serao e Salvatore Di Giacomo.
Anche i suoi primi romanzi – soprattutto Aria cupa, uscito nel 1952 e in larga misura autobiografico – mantengono una certa aderenza al realismo. Solo più tardi Cassieri approderà allo stile che lo renderà unico: una scrittura tagliente e visionaria, attraversata da una satira corrosiva e da una radicale critica della società contemporanea.
Il testo che segue, Primavera garganica, appartiene dunque alla stagione giovanile dello scrittore. È una stupenda pagina di prosa lirica in cui Cassieri ricostruisce il ritmo della primavera sul Gargano: i lavori dei pescatori, le feste religiose, i corteggiamenti, le voci della vita quotidiana. Ne nasce un piccolo affresco di comunità, attraversato da nostalgia e meraviglia, in cui già si intravede lo sguardo acuto e partecipe di uno scrittore destinato a lasciare un segno originale nella letteratura italiana del Novecento.
La foto che illustra la pubblicazione è una versione colorizzata di quella apparsa su Le nostre regioni di marzo 1947.
Con la pubblicazione di Primavera garganica inauguriamo anche una nuova iniziativa di Lettere Meridiane: una serie di ristampe di testi apparsi su Le nostre regioni, la rivista diretta da Checco Bonelli che tra il dopoguerra e gli anni Cinquanta rappresentò una delle esperienze culturali più originali del Mezzogiorno e in cui militò un folto gruppo di intellettuali dauni, in prevalenza garganici.
I testi saranno riproposti periodicamente in edizione integrale e resi disponibili, in formato impaginato A4, agli abbonati al canale WhatsApp e alla newsletter di Lettere Meridiane, come piccolo contributo alla riscoperta di una stagione importante della cultura meridionale.
Aria di primavera
di Giuseppe Cassieri
Altrove il gridio d’uccelli, nell’aria appena schiarita, o, come a Napoli, una ventata marina portano la primavera. Qui l’annunciano, invece, il canto della villanella, le variopinte gonnelle delle spose, una mandolinata lunare.
È vero, manca da noi – per una felice continuità delle belle stagioni -, la nota brusca e sospirata del trapasso che resuscita negli spiriti esigenze sopite e tumulti sentimentali. Ma non per questo è meno sentito il miracolo dei fiori e un più intenso desiderio d’ amore.
Sul mare, il giorno di S. Giuseppe, seguendo un’ antica tradizione, i pescatori delimitano le zone in cui svolgeranno la loro pesca e affondano le prime nasse. Si vedranno di lontano tante canne emergenti e lievemente mosse dall’onda.
A sera, con le barchette a remi si va sul posto, si tirano su le nasse e con esse le sbruffanti seppie. Qualche volta o per assoluta bonaccia o per impetuosità del vento si torna a riva delusi. Quando spira la tramontana, le nasse strappate dalle pietre-áncore, vengono sballottate alla spiaggia. È allora che in fila, sulla rena, si vedranno i traditi pescatori cercare, scalzi, le smarrite canestre di giunchi. Tocca alle donne, poi, aggiustare le vecchie e fare le nuove. Hanno un’abilità sorprendente anche le ragazze; ricordo di averne viste più volte, impegnate in gara, intrecciare il legno flessuoso e scintillante al sole pomeridiano. In quelle ore sonnolente le viuzze son ricche di gruppi femminili radunati dinanzi all’uscio della comare e cicalanti in sordina per non destare i bambini sognanti. S’ode, nelle pause, il ronzio d’un calabrone e il rumor di bucato d’una vicina lavandaia.
Ma il simbolo più immediato è il fior d’arancio. Se ne infiorano gli altari e i tavoli scuri dei luoghi chiusi: se ne mettono per celia le fanciulline tra i capelli mentre le mamme sorridono a quel gesto d’innocente femminilità. Nelle piazze dei borghi, qualche solitario traino cigola sul ciottolato e il carrettiere dalla sciarpa rossa e cappello a cono, punge la schiena degli animali.
Altre voci indistinte vengono dal fondaco, dall’asilo, dal cortiletto: colpi d’ ascia e sussurri infantili e chiocciar di galline.
La vita tripudia, invece, nei giardini. C’è chi usa festeggiare l’ingresso della primavera. E allora, un bel mattino, vivaci comitive precedute da asinelli carichi di bisacce, eccole avviarsi alla campagna. Dopo il desinare sotto un improvvisato pergolato, quando il brio diventa incontenibile allegria, i padri e le madri perdonano volentieri le intime confidenze delle innamorate figliole ai loro promessi.
Al tramonto si torna in paese col reciproco impegno di ritrovarsi alla prossima festa che s’ annuncia più grande: la pasquarella.
È di queste speranze, di questi sogni fatti di desideri semplici che vive la nostra gente! Alle spiagge è un intenso lavoro intorno alle paranze. Lunghi mesi, queste, son rimaste disarmate sulla sabbia – gioia di ragazzi diventati pirati che vi fanno le prime prove di arrembaggio -. Ora gli scafi con un fianco su grossi cunei di legno si prestano ai ritocchi dei calafati. Vicino bolle un pentolino di pece; più in là un marinaio prepara la stoppa; altri seduti sulle vele risarciscono, appuntiscono scalmi e con secchi d’acqua bagnano i fianchi asciutti. Quegli uomini bruni e scamiciati ardono di riprendere il mare; e intanto si narrano vicendevolmente le fortune di altri viaggi, i pericoli scampati mercé l’aiuto della Vergine della Libera, loro protettrice, o rammentano quel veliero disperso dalla tempesta.
Nelle vicinanze di Pasqua le mamme hanno da pensare al vestitino nuovo delle figlie; e queste alle funzioni liturgiche della Via Crucis, alle prediche e alle quarantore. Quelle tre sere sono attese da un anno. Tempestivamente si portano le sedie in Chiesa che il sagrestano contrassegna con catenelle di ferro; si affretta il ritorno dai giardini per avere il tempo di mettersi l’abito festivo e dirsi tante cose con gli amici dei quartieri più lontani. Sono questi i momenti che gl’innamorati colgono al volo. Nella generale festosità, nella maggior liberalità della primavera, quante passioni s’accendono? È un ritmo così breve e affannoso in terra, che non s’ode la trama canora del cielo.
Ogni giovanetta lavora al proprio vestito che «s’ingegnerà» il giorno della resurrezione. Si cuce nei ritagli della giornata e la notte fino a tardi. È nell’animo di ciascuna di apparir più bella adornata dell’abito rosso o turchino – qui s’amano i colori forti -, e maliziosamente sorride al pensiero dei corteggiatori fatti più numerosi dalla sua seduzione.
La domenica delle Palme, la Chiesa si trasforma in un curioso scenario campestre. Interi rami, anzi fasci di rami d’olivi sparsi sugli altari, nei cori, lungo le pareti; e con essi tanti giovani e uomini maturi aspettanti l’acqua benedetta sui ramoscelli destinati a pendere nelle case al posto della vecchia «frasca».
Le mammole sono la passione delle pastorelle. Quando il gregge si pasce sul dorso d’ una collina, ecco le giovanette correre di qua e di là sui prati, presso i grossi tronchi, nei rigagnoli: ovunque possano vivere quei piccoli fiori.
Passando dinanzi ad una fonte, si fermano, e fanno dei mazzettini ordinati che depositeranno nella nicchia della «Madonn’ piccinen». Così sono quasi sempre ignote manine che vestono di profumo e di colore la nuda roccia. M’è capitato spesso di vedere di queste fanciulle inginocchiarsi dinanzi all’immagine, togliere i fiori appassiti, dopo averli baciati, e sostituirvi un mazzo freschissimo di violaciocche e gelsomini. Quelle figurine, in quegl’istanti, mi facevano pensare a degli angioletti di Filippo Lippi.
Ai primi di maggio, quando appaiono i primi frutti, chi s’inoltra fra quegli indimenticabili sentieri, specie di sera, vede gruppi di monelli scalzi, appostati in una macchia, pronti a cogliere le primizie con appuntite canne. Quei bimbi simili ai piccoli personaggi del Collodi mi sono estremamente cari. In quell’atteggiamento biricchino e pur timido e precocemente grave, in quegli occhi mediterranei grandi e sereni, io ritrovo il tipico garzoncello garganico che non è lo sguaiato «scugnizzo» né l’ eccessivamente composto «frichino». Quando queste piccole creature per tacito appuntamento si ritrovano nella luce e nel verde, allora è giunta primavera.
È già penoso se in febbraio continua il freddo o fa capolino la neve. In questa contrada solatìa, i cieli grigi sono incubo e malinconia. I giorni si passano in continua attesa d’azzurro. Poi, dopo lunghe notti la cui unica voce è il gocciolio dei canali, ecco finalmente un primo raggio di luna. Tornano le stelle e l’aria è improvvisamente calma. Pian piano s’ode un accordo indistinto, un suono di chitarra, una melodia. D’incanto si aprono finestre e balconcini e trecce nere pendono dai davanzali nascondendo visi giulivi. Sempre più libero è il cielo e, delle recenti piogge, v’è sola traccia nelle pozzanghere, trasparenti sotto le luci, come specchi.
Quando la musica è svanita, svanita è la luna, è il sogno che continua il motivo della prima canzone.
L’indomani è primavera.
Altrove il gridio d’uccelli, nell’aria appena schiarita, o, come a Napoli, una ventata marina portano la primavera. Qui l’annunciano, invece, il canto della villanella, le variopinte gonnelle delle spose, una mandolinata lunare.
È vero, manca da noi – per una felice continuità delle belle stagioni -, la nota brusca e sospirata del trapasso che resuscita negli spiriti esigenze sopite e tumulti sentimentali. Ma non per questo è meno sentito il miracolo dei fiori e un più intenso desiderio d’ amore.
Sul mare, il giorno di S. Giuseppe, seguendo un’ antica tradizione, i pescatori delimitano le zone in cui svolgeranno la loro pesca e affondano le prime nasse. Si vedranno di lontano tante canne emergenti e lievemente mosse dall’onda.
A sera, con le barchette a remi si va sul posto, si tirano su le nasse e con esse le sbruffanti seppie. Qualche volta o per assoluta bonaccia o per impetuosità del vento si torna a riva delusi. Quando spira la tramontana, le nasse strappate dalle pietre-áncore, vengono sballottate alla spiaggia. È allora che in fila, sulla rena, si vedranno i traditi pescatori cercare, scalzi, le smarrite canestre di giunchi. Tocca alle donne, poi, aggiustare le vecchie e fare le nuove. Hanno un’abilità sorprendente anche le ragazze; ricordo di averne viste più volte, impegnate in gara, intrecciare il legno flessuoso e scintillante al sole pomeridiano. In quelle ore sonnolente le viuzze son ricche di gruppi femminili radunati dinanzi all’uscio della comare e cicalanti in sordina per non destare i bambini sognanti. S’ode, nelle pause, il ronzio d’un calabrone e il rumor di bucato d’una vicina lavandaia.
Ma il simbolo più immediato è il fior d’arancio. Se ne infiorano gli altari e i tavoli scuri dei luoghi chiusi: se ne mettono per celia le fanciulline tra i capelli mentre le mamme sorridono a quel gesto d’innocente femminilità. Nelle piazze dei borghi, qualche solitario traino cigola sul ciottolato e il carrettiere dalla sciarpa rossa e cappello a cono, punge la schiena degli animali.
Altre voci indistinte vengono dal fondaco, dall’asilo, dal cortiletto: colpi d’ ascia e sussurri infantili e chiocciar di galline.
La vita tripudia, invece, nei giardini. C’è chi usa festeggiare l’ingresso della primavera. E allora, un bel mattino, vivaci comitive precedute da asinelli carichi di bisacce, eccole avviarsi alla campagna. Dopo il desinare sotto un improvvisato pergolato, quando il brio diventa incontenibile allegria, i padri e le madri perdonano volentieri le intime confidenze delle innamorate figliole ai loro promessi.
Al tramonto si torna in paese col reciproco impegno di ritrovarsi alla prossima festa che s’ annuncia più grande: la pasquarella.
È di queste speranze, di questi sogni fatti di desideri semplici che vive la nostra gente! Alle spiagge è un intenso lavoro intorno alle paranze. Lunghi mesi, queste, son rimaste disarmate sulla sabbia – gioia di ragazzi diventati pirati che vi fanno le prime prove di arrembaggio -. Ora gli scafi con un fianco su grossi cunei di legno si prestano ai ritocchi dei calafati. Vicino bolle un pentolino di pece; più in là un marinaio prepara la stoppa; altri seduti sulle vele risarciscono, appuntiscono scalmi e con secchi d’acqua bagnano i fianchi asciutti. Quegli uomini bruni e scamiciati ardono di riprendere il mare; e intanto si narrano vicendevolmente le fortune di altri viaggi, i pericoli scampati mercé l’aiuto della Vergine della Libera, loro protettrice, o rammentano quel veliero disperso dalla tempesta.
Nelle vicinanze di Pasqua le mamme hanno da pensare al vestitino nuovo delle figlie; e queste alle funzioni liturgiche della Via Crucis, alle prediche e alle quarantore. Quelle tre sere sono attese da un anno. Tempestivamente si portano le sedie in Chiesa che il sagrestano contrassegna con catenelle di ferro; si affretta il ritorno dai giardini per avere il tempo di mettersi l’abito festivo e dirsi tante cose con gli amici dei quartieri più lontani. Sono questi i momenti che gl’innamorati colgono al volo. Nella generale festosità, nella maggior liberalità della primavera, quante passioni s’accendono? È un ritmo così breve e affannoso in terra, che non s’ode la trama canora del cielo.
Ogni giovanetta lavora al proprio vestito che «s’ingegnerà» il giorno della resurrezione. Si cuce nei ritagli della giornata e la notte fino a tardi. È nell’animo di ciascuna di apparir più bella adornata dell’abito rosso o turchino – qui s’amano i colori forti -, e maliziosamente sorride al pensiero dei corteggiatori fatti più numerosi dalla sua seduzione.
La domenica delle Palme, la Chiesa si trasforma in un curioso scenario campestre. Interi rami, anzi fasci di rami d’olivi sparsi sugli altari, nei cori, lungo le pareti; e con essi tanti giovani e uomini maturi aspettanti l’acqua benedetta sui ramoscelli destinati a pendere nelle case al posto della vecchia «frasca».
Le mammole sono la passione delle pastorelle. Quando il gregge si pasce sul dorso d’ una collina, ecco le giovanette correre di qua e di là sui prati, presso i grossi tronchi, nei rigagnoli: ovunque possano vivere quei piccoli fiori.
Passando dinanzi ad una fonte, si fermano, e fanno dei mazzettini ordinati che depositeranno nella nicchia della «Madonn’ piccinen». Così sono quasi sempre ignote manine che vestono di profumo e di colore la nuda roccia. M’è capitato spesso di vedere di queste fanciulle inginocchiarsi dinanzi all’immagine, togliere i fiori appassiti, dopo averli baciati, e sostituirvi un mazzo freschissimo di violaciocche e gelsomini. Quelle figurine, in quegl’istanti, mi facevano pensare a degli angioletti di Filippo Lippi.
Ai primi di maggio, quando appaiono i primi frutti, chi s’inoltra fra quegli indimenticabili sentieri, specie di sera, vede gruppi di monelli scalzi, appostati in una macchia, pronti a cogliere le primizie con appuntite canne. Quei bimbi simili ai piccoli personaggi del Collodi mi sono estremamente cari. In quell’atteggiamento biricchino e pur timido e precocemente grave, in quegli occhi mediterranei grandi e sereni, io ritrovo il tipico garzoncello garganico che non è lo sguaiato «scugnizzo» né l’ eccessivamente composto « frichino ». Quando queste piccole creature per tacito appuntamento si ritrovano nella luce e nel verde, allora è giunta primavera.
È già penoso se in febbraio continua il freddo o fa capolino la neve. In questa contrada solatìa, i cieli grigi sono incubo e malinconia. I giorni si passano in continua attesa d’azzurro. Poi, dopo lunghe notti la cui unica voce è il gocciolio dei canali, ecco finalmente un primo raggio di luna. Tornano le stelle e l’aria è improvvisamente calma. Pian piano s’ode un accordo indistinto, un suono di chitarra, una melodia. D’incanto si aprono finestre e balconcini e trecce nere pendono dai davanzali nascondendo visi giulivi. Sempre più libero è il cielo e, delle recenti piogge, v’è sola traccia nelle pozzanghere, trasparenti sotto le luci, come specchi.
Quando la musica è svanita, svanita è la luna, è il sogno che continua il motivo della prima canzone.
L’indomani è primavera.
G. CASSIERI
Bellissima ricostruzione storica! Complimenti 🙌👏🙌
Geppe Inserra ci regala ancora con emozione la commovente atmosfera della nostra terra evocata con una scrittura che definirei antica, così adatta al ricordo di tempi ormai trascorsi. Consiglio a proposito per chi non la conoscesse la puntata a Cassieri dedicata da Paolo Mieli nel 2019 per la serie “Italiani”, in specie gli ultimi 90 secondi: purtroppo il suo auspicio pare non si stia avverando…