Cassieri racconta la Settimana Santa nel Gargano

Quando Giuseppe Cassieri compose il brano che ho il piacere di presentarvi oggi aveva soltanto 22 anni. Da tempo aveva lasciato la sua Rodi Garganico per studiare a Napoli e a Firenze, ma non era ancora diventato il grande scrittore che, con la sua prosa corrosiva e il suo sguardo scomodo, avrebbe illuminato la letteratura italiana del secondo Novecento.
Non casualmente ho usato i termini «compose» e «brano». C’è una musicalità di fondo in questo testo, che potrebbe perfino essere scomposto nei classici tempi musicali: c’è l’andante, l’allegro, il grave. Un esempio di grande, grandissima letteratura, a metà tra affresco corale e bozzetto lirico.
Con il titolo «Tradizioni garganiche. Il giovedì santo» comparve sul numero di febbraio 1948 de «Le nostre regioni», il giornale diretto da Checco Bonelli e pubblicato ad Ascoli Piceno, che rappresentò un’autorevole e originale «voce della ricostruzione» dell’editoria meridionale subito dopo la guerra, ospitando nelle sue pagine un nutrito gruppo di intellettuali, scrittori e artisti della provincia di Foggia, tra cui lo stesso Cassieri.
Molto probabilmente, i tre articoli pubblicati sul settimanale rappresentarono le sue prime prove letterarie in assoluto. Il suo primo racconto, «Chi sa fiutare il vento», sarebbe uscito qualche settimana dopo su «Il nuovo corriere», diretto a Firenze da Romano Bilenchi, mentore dello scrittore garganico.
Lettere Meridiane pubblica periodicamente gli articoli «dauni» de «Le nostre regioni». Sono già stati pubblicati «Aria di primavera», dello stesso Cassieri, e «Fotofolclore di Pasqua nella città di Troia» di Pompilio De Santis.
A testimonianza dell’attenzione che Bonelli riservava agli autori dauni, nello stesso numero vennero pubblicati la splendida xilografia «Monte Sant’Angelo. Plenilunio» dell’artista garganico Emiddio Armillotta e il racconto «Picheca» di un altro importante scrittore della provincia di Foggia, il bovinese Antonio Manuppelli, che sarà oggetto di un prossimo estratto. La xilografia di Armillotta illustra invece il brano di Cassieri.
Buona lettura.

Geppe Inserra

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Tradizioni garganiche. Il giovedì santo

di Giuseppe Cassieri

Non è certo per uno strascico d’inverno che, nella settimana di Passione, il cielo s’adombra di caligine e tacciono i sussulti dei primi uccelli. La gente, qui, sa che deve essere così l’aria: severa, meditativa: così perché la natura spontaneamente partecipa alla simbolica vicenda del Calvario. E con le pallide tinte del cielo e i crocifissi velati di panni scuri, s’ accordano le vesti, i racconti, i canti del popolo.
Le casette costringono i fremiti delle donne intente a sbiancare i muri, lustrare i mobili, adornare il letto della coperta più bella. Si preparano al tripudio della Resurrezione. Le botteghe dei falegnami s’ avvivano del vocio di bimbi chiedenti qualcosa; sono le raganelle (virruzz) e le nacchere (tric-trac) che vogliono possedere in quel giorni; saranno impegnati a far chiasso dinanzi e dentro le chiese e precedere la processione del Venerdì Santo.
I fornelli di campagna hanno pur essi le loro faccende da sbrigare; improvvisate fornarine vi spingono dentro foglie secche, altre confezionano sotto un gelso ciambelle, altre provvedono ad ordinarle in ampie ceste. «Queste a Pasqua, eh!» – avverte prudentemente la mamma, notando che il suo ragazzo vorrebbe cominciar subito la festa -.
Il giovedì, al vespero, invano s’aspetta il suon di campane. «Le hanno attaccate – si dicono le donne sulla strada, ciascuna dal proprio uscio —». E nelle menti, inconsciamente, si formano i quadri del Cristo fiaccato dalla croce che sale la montagna.
Bandite le canzoni, le risate incomposte, gli scherzi civettuoli, è la vecchia laude che si innalza: frammenti appresi durante la Via Crucis, che ora ritornano appassionati sulle labbra fresche e vizze: espressione dolcissima di questi religiosi momenti.
E in questi giorni la figura più popolare è quella del frate predicatore. Lo si aspetta quando scende dal pulpito, è accompagnato a casa dai fanciulli; una vecchietta, una sposa, alcune immancabili donne di Dio gli si fanno intorno a chiedergli chi un parere sul comportamento coniugale, chi sull’opportunità di cambiare il priore di una congrega, chi, infine, a raccomandarsi particolarmente per l’altra vita.
Quante cose deve sentirsi il povero frate, estranee al suo mandato spirituale!
E pure in questa occasione, che un marinaio intraprendente, abbandona provvisoriamente la pesca e si mette a fabbricare grossolane bombette con un pizzico di polvere esplosiva e molti minuti cocci di terracotta. Sono le cosiddette «botte» che imbratteranno i muri durante la funzione del sabato, e spaventeranno i suscettibili passanti.
I navigatori affrettano i loro viaggi per ritrovarsi tutti insieme in questi giorni; lasciate alla spiaggia le silenziose barchette in maglia scura, sosterranno il palio e le statue delle pie donne.

I Sepolcri profumati mostrano attraverso il cristallo il Cristo consunto.
È in sulla sera, nell’ angoscia dell’ombra, che l’anima, più vicina alle pietose soffocate voci, corre a comunicarsi con l’Infinito. Vanno, unite a mano, le famigliole, nelle rustiche vie, senza parola, in bisbiglio di preghiere, sotto la luna velata. Gli amici che s’incontrano, contro l’usato, non si scambiano cenni. Le mamme rimproverano i piccoli se cominciano a parlare.
Nelle chiese, tutto è buio, tranne la cappella in cui si trova il sepolcro. La famigliola quivi s’ inginocchia, prega a lungo; poi, col ricordo più vivo dell’antico sacrificio, va all’altra chiesa e ad un’altra ancora fino all’ultima.
E questa gente, come libera di un grave dovere, torna alle case con un più forte senso d’amore, una volontà di pace che solo si acquistano dopo il discoprimento in se stessi dei sentimenti puri.
Spesso le suore, cinte di bianchi veli, intonano a mezza voce litanie e in altro tempio ad una ad una si spengono le candele dell’agonia fino all’ultima che conclude l’umano travaglio. Voci gravi salmodianti, creano l’atmosfera della Deposizione, rotta dai materni lamenti.
Ma, quando più tardi i sepolcri restano nuovamente soli coi giacinti, è allora il momento più bello della tradizione.
Nel silenzio della notte d’aprile pian piano s’avvicina un canto; prima è una voce solitaria, poi cento in coro. Un flebile strumento accompagna il Miserere. Sono uomini anche non coscientemente religiosi, giovani soliti a stornelli d’amore, bimbi sfuggiti alla custodia paterna che si rivedono in questa notte dopo un anno, a celebrare la comune preghiera. L’hanno udita echeggiare solto le cupole, ma ora vogliono spanderla, dirla all’aria, al mare che tranquillamente riposa.
E così, vanno girando nelle straducce scoscese, fermandosi ad un angolo, ad una piazzuola, presso il portone dell’amico. Un uomo lungo, il più anziano legge la strofa latina e gli altri ascoltano in assoluto silenzio; quindi riprendono insieme ad evocare il mistero della notte lontana.
La si aspetta questa notte, perché è caro a ciascuno udire quelle strofe lamentose. Dietro i vetri quanti volti attenti ora al suono della strada ora al cielo; e nasce nell’anima semplice un’incontenibile tenerezza che si esprime in lacrime.
A mano a mano il crocchio degli oranti si fa più fitto: a quel richiamo gli uomini scendono dalle case assopite, mentre le donne e i piccoli restano alla finestra. Poi la turba va in altro crocicchio e via via tocca tutti i lembi del borgo.
Infine si entra nelle chiese e si rinnovano le preci; a volte capita che la parrocchia sia già chiusa a quell’ora tarda; allora sui gradini della porta principale, il solito uomo si inginocchia, legge la strofa e il coro dice: Miserere.

Solo a tardi, nella notte quasi svanita, tornano mute le strade e nei sogni passano strane visioni.

Giuseppe Cassieri

Author: Geppe Inserra

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