Poetessa, scrittrice, attivista e professionista della salute, nata a Cuba e residente a Marzabotto, in provincia di Bologna, Yuleisy Cruz Lezcano è già nota ad amici e lettori di Lettere Meridiane, che hanno avuto modo di apprezzare una sua poesia su un tema a lei particolarmente caro: le morti sul lavoro.
Ha inviato alla redazione l’articolo che pubblichiamo di seguito su un tema di grande attualità quasi sempre affrontato in maniera superficiale, quando non banale: come l’intelligenza artificiale sta cambiando le nostre vite e a quali rischi ci espone, o più precisamente espone quel «pensiero critico» su cui l’umanità ha saputo costruire il suo progresso civile.
È una riflessione profonda, a tutto tondo, scevra dai molti luoghi comuni che spesso si ascoltano quando si parla di intelligenza artificiale, che esprime bene sia la personale sensibilità dell’autrice, sia la sua solida formazione — laureata in Scienze biologiche e successivamente in Scienze infermieristiche e ostetriche — capace di coniugare sapere scientifico e umanistico, in un percorso di ricerca consapevolmente interculturale.
Ringraziandola per il contributo, ne suggeriamo una lettera attenta, e approfondita. Ne vale la pena, per costruire un rapporto più consapevole e responsabile con l’intelligenza artificiale. (g.i.)
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L’intelligenza artificiale generativa è entrata nelle nostre vite con una rapidità che ricorda da vicino quella degli smartphone e dei social network, ma con una differenza sostanziale: non è solo uno strumento che usiamo, è uno strumento che si adatta a noi. La sua forza non sta soltanto nella capacità di rispondere, ma nel modo in cui lo fa. È un’intelligenza progettata per non contraddire, per accompagnare, per ridurre al minimo il conflitto. In questo senso, somiglia molto agli esseri umani nelle loro versioni più diplomatiche, quelle che cercano consenso più che verità.
Dietro sistemi sviluppati da aziende come OpenAI, guidata da figure come Sam Altman, non c’è solo una ricerca tecnologica avanzata, ma anche una riflessione profonda su come rendere le macchine accettabili. I modelli vengono addestrati non soltanto per essere corretti, ma per essere gradevoli, per non risultare irritanti o supponenti, per evitare risposte che possano mettere a disagio l’interlocutore. È una forma di adattività che li rende straordinariamente efficaci nella comunicazione quotidiana: sanno quali parole usare, sanno modulare il tono, sanno stare al loro posto. Questo tratto apparentemente innocuo ha conseguenze profonde. Se una macchina non contraddice, se tende a confermare o a riformulare in modo morbido ciò che diciamo, diventa un interlocutore ideale. Non mette in crisi, non espone al conflitto, non costringe a rivedere le proprie posizioni. E proprio per questo può diventare qualcosa di più di uno strumento, può divenire un’abitudine, una presenza costante, quasi un’estensione della nostra interiorità.
Non sorprende che sempre più persone la utilizzino non solo per lavorare o studiare, ma anche per parlare, per sfogarsi, per sentirsi meno sole. In un’epoca in cui le relazioni sono spesso frammentate, l’idea di un interlocutore sempre disponibile, che non giudica e non contraddice, ha una forza enorme. Non è ancora chiaro se questo sia un uso improprio o semplicemente una nuova forma di relazione mediata dalla tecnologia. È però un fenomeno reale, documentato, e in crescita.
Nel mondo del lavoro l’impatto è altrettanto evidente. Professionisti di ogni tipo si appoggiano all’intelligenza artificiale per verificare, correggere, suggerire. Un medico può consultarla per un dubbio, un avvocato per un’argomentazione, un manager per una decisione. Il passaggio cruciale, tuttavia, non è l’uso in sé, ma il momento in cui la decisione umana si sposta dopo il confronto con la macchina. Quando l’ultima parola smette di essere autonoma e diventa una validazione di ciò che l’intelligenza artificiale suggerisce, si apre un terreno nuovo, difficile da governare. C’è poi un aspetto meno visibile ma più radicale. L’intelligenza artificiale è progettata per dare sempre una risposta. Il silenzio, il “non lo so”, non fanno parte del suo funzionamento naturale. Questo significa che, anche quando non dispone di informazioni certe, tende comunque a produrre una risposta plausibile e inventata. È un limite noto, ma anche una scelta implicita, infatti, è stata addestrata per privilegiare la continuità del dialogo rispetto alla sospensione del giudizio. In questo, paradossalmente, non è così diversa da molti esseri umani.
Il rischio non è tanto l’errore, quanto l’abitudine alla risposta immediata. Ci stiamo progressivamente spostando da un rapporto con il sapere, che richiede tempo e fatica, a un rapporto con il sapere che è istantaneo, disponibile, privo di attrito. Ma il pensiero non coincide con il sapere. Come ricordava Gilles Deleuze, la libertà è legata a uno sforzo, a una trasformazione che passa attraverso il corpo, l’esperienza, la difficoltà. Il pensiero è un processo, non un risultato. In questa prospettiva, l’intelligenza artificiale offre una scorciatoia potente: la possibilità di accedere a contenuti, risposte e soluzioni senza attraversare l’esperienza che normalmente li produce. È una forma di facilitazione estrema che si inserisce in una tendenza più ampia della nostra società, dove sempre più aspetti della vita vengono resi immediati, accessibili, privi di fatica. Ma proprio questa assenza di fatica rischia di impoverire qualcosa di essenziale.
La questione diventa allora politica e filosofica insieme. Chi decide cosa è giusto o sbagliato nelle risposte di queste macchine? Sono gli ingegneri, i ricercatori, le aziende, ma anche, indirettamente, le società in cui operano. Tuttavia, una volta che certe norme vengono incorporate nei sistemi, diventano invisibili, naturali, difficili da mettere in discussione. È qui che si apre una tensione con l’idea di libertà, intesa non solo come capacità di scegliere il bene, ma anche come possibilità di sbagliare.
L’intelligenza artificiale promette un mondo più efficiente, più ordinato, forse anche più felice, ma al prezzo di una possibile riduzione dello spazio dell’incertezza e del conflitto, che sono elementi costitutivi del pensiero.
Yuleisy Cruz Lezcano
[Nella foto di apertura, fotogramma da L’uomo meccanico, André Deed, 1921]

È quello che mi chiedo sempre più di frequente: questa enciclopedia immediata che non richiede nemmeno il ‘peso’ di un volume e la ‘fatica’ di sfogliarne le pagine, dove ci conduce? Le prime volte ho chiesto all’IA ” PERCHÉ mi dai sempre ragione?” e mi ha risposto, ovviamente, che avevo ragione…Beh! qui casca l’asino e il suo trucco….ma ho una bella età e tutto ciò capisco che va usato ma non per essere usati….Dal profilo educativo, per chi è in fase di crescita , come poter utilizzare il mezzo senza restarne asserviti? Dovremmo chiedere a IA di darci la risposta????