Lucera è tra le città italiane che pagarono un tributo altissimo all’eccidio delle Fosse Ardeatine. Tra le vittime vi furono padre e figlio, Umberto e Bruno Bucci.
Con il rigore storico e lo spessore narrativo che la contraddistinguono, Loredana Russi ne ricostruisce le ultime ore, dall’arresto alla barbara esecuzione ad opera delle truppe naziste guidate dal comandante della Gestapo di Roma, Herbert Kappler.
È un racconto intenso e asciutto, e proprio per questo ancora più tragico e toccante. L’autrice evita ogni forma di spettacolarizzazione della morte, restituendola nella sua nuda e atroce disumanità.
Nelle pagine affiorano anche altre figure pugliesi tra le vittime delle Fosse Ardeatine: il tenore foggiano Nicola Stame e don Pietro Pappagallo, sacerdote originario di Terlizzi, antifascista, medaglia d’oro al merito civile alla memoria.
Ancora una volta Loredana Russi coniuga con efficacia ricerca storica e narrazione, onorando la memoria di un padre e di un figlio che pagarono con la vita il loro impegno per la libertà e la democrazia.
Avevo avuto già modo di apprezzarla nel romanzo «Corso Garibaldi. Quando la resistenza parlava foggiano», pubblicato da Edizioni del Rosone. Traendo spunto dal ritrovamento del diario inedito del partigiano Pasquale Balsamo, cugino di suo padre, la scrittrice ha costruito un riuscito affresco storico che intreccia saga familiare e memoria civile.
Ringraziandola per aver autorizzato la pubblicazione di Tramonto rosso su Lettere Meridiane, proponiamo questo racconto in occasione della Festa della Liberazione, come contributo alla memoria dell’antifascismo, oggi più che mai preziosa e attuale. (g.i.)
[Potete leggere il racconto di seguito. Se volete scaricarlo in versione pdf, cliccate qui]
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TRAMONTO ROSSO
Era la notte del 3 febbraio 1944. Da cinque mesi Roma era occupata dall’esercito tedesco e la città era in preda alla guerra, alla fame e alla paura di bombardamenti e rastrellamenti. Le strade erano buie e deserte per il coprifuoco e nelle case faceva molto freddo a causa della carenza di combustibile per riscaldamento.
Nel cuore della notte due individui della famigerata banda Kock, una sorta di polizia politica fascista che aveva il compito di stanare i dissidenti, piombarono nell’abitazione di Umberto Bucci e di sua moglie Elena. In casa si trovava per caso il figlio Bruno, militare in licenza.
Umberto, originario di Lucera, era un impiegato di 51 anni. Da poco aveva cominciato a militare nel partito d’azione clandestino. Nella sua casa spesso si riunivano segretamente altri antifascisti. Le riunioni non erano sfuggite ad un dirimpettaio che, per paura o per denaro, aveva segnalato la circostanza alla polizia politica.
“Siete voi Umberto Bucci? Dovete seguirci!”
“Ma perché? Mio marito è un onesto lavoratore, cosa volete da lui?” disse Elena.
“Ci risulta che è un sovversivo! E questo giovane chi è? Come si chiama?”
“Sono Bruno Bucci, sono suo figlio.”
“Quanti anni hai?”
“Ho 23 anni, sono un militare in licenza premio, appena tornato dal fronte croato…”
“Dobbiamo arrestare anche lui.”
“No, mio figlio no, non c’entra niente!” implorò Umberto.
“Allora voi c’entrate!” disse uno dei due ceffi con un ghigno beffardo.
“Su, poche storie, vestitevi in fretta!”
Umberto e Bruno si prepararono, senza dire una parola.
Nel frattempo, i poliziotti trovarono in casa materiale di propaganda del partito d’azione e volantini contro l’occupazione nazista.
Mentre padre e figlio venivano ammanettati, Elena piangeva disperatamente e pregava tutti i santi del Paradiso affinché la polizia non facesse del male ai suoi cari.
Furono portati nel carcere tedesco di via Tasso dove subirono dagli aguzzini nazisti atroci torture finalizzate a ricevere informazioni sulla loro attività segreta e sui nominativi degli altri compagni, ma i Bucci si trincerarono nel più assoluto silenzio. Dopo qualche giorno furono trasferiti al carcere di Regina Coeli dove rimasero per oltre un mese, in attesa del processo.
* * *
All’alba del 24 marzo 1944, il tenente colonnello Herbert Kappler, comandante della Gestapo a Roma, si trovava nel suo studio in via Tasso dove stava organizzando la rappresaglia successiva all’attacco di via Rasella, in cui il giorno prima i partigiani gappisti avevano ucciso 32 soldati del battaglione Bozen.
Dal quartier generale di Hitler era stato emanato l’ordine che per ogni soldato tedesco morto nell’agguato dovessero essere uccisi dieci italiani, quindi 320 persone. Il tribunale militare tedesco aveva già comunicato a Kappler i nomi dei prigionieri già condannati a morte. Ma erano appena tre. Kappler capì subito che per arrivare a 320 occorreva uno sforzo eccezionale, una violazione dei principi giuridici della civiltà occidentale e persino delle stesse leggi naziste.
Così decise di inserire altre 16 persone già processate e condannate a pene detentive variabili da uno a quindici anni.
Il direttore del carcere di Regina Coeli, Donato Carretta, gli fece notare che non si trattava di condannati a morte, ma Kappler, alzando il tono della voce, rispose:
“Vi ordino di consegnarmi i detenuti! Me ne assumo tutta la responsabilità!”
Ma era ancora molto lontano dall’obiettivo che gli era stato assegnato.
Allora pensò ad una soluzione semplice, quasi banale: nelle prigioni aveva a disposizione 75 ebrei.
Poi riuscì ad ottenere 152 nominativi di persone sotto inchiesta, 23 in attesa di processo e addirittura una persona assolta e in attesa di essere scarcerata.
Fatti i conti aveva messo insieme 270 nomi. Ne mancavano ancora 50.
Alle 6,30 circa Kappler chiamò il questore Caruso:
“Per eseguire la rappresaglia ho bisogno di 320 uomini da fucilare e sono arrivato a 270. Studiate il modo per procurarmi gli altri 50!”
“Ma, signor colonnello, anche inserendo tutti i detenuti per reati politici, non arriverei mai a questa cifra!” replicò Caruso.
“Trovate una soluzione! Adesso ho da fare. Preparatemi questa benedetta lista. Sappiate che devo eseguire l’ordine entro stasera.”
Subito dopo Caruso chiamò Pietro Koch chiedendogli di preparare una lista degli uomini che teneva prigionieri alla ex pensione Oltremare, semplici sospettati per motivi politici.
A mezzogiorno, nell’ufficio del generale Malzer c’erano Kappler e il maggiore Dobbrik, comandante del battaglione Bozen duramente colpito nell’attentato di via Rasella compiuto il giorno prima dai gappisti romani.
Malzer si rivolse al colonnello Kappler:
“A che punto siete con la lista?”
“Signor generale, fra un’ora al massimo l’elenco sarà completo.”
“E voi, maggiore Dobbrik, visto che siete la parte offesa, preparate i vostri uomini ad eseguire la rappresaglia.”
Dobbrik impallidì, poi trovò il coraggio di rispondere:
“Generale, i miei uomini non se la sentono, sono cattolici.”
“Ma che diavolo dite, maggiore? Voi osate disobbedire ad un ordine del nostro Führer?”
“Generale, vi prego di non insistere!”
“Dobbrik, sappiate che riferirò al generale Wolff e la cosa non finirà qui! Kappler, preparate voi la rappresaglia. Entro stasera deve essere tutto concluso!”
“Va bene, generale. Incaricherò i miei uomini.”
Poco dopo le 13 Kappler, ottenuta da Koch la lista integrativa, si recò nella sede di via Tasso per impartire le istruzioni ai suoi uomini.
“Sapete tutti ciò che è successo ieri. Un vile attentato che merita una rappresaglia esemplare. Voglio che tutti, dico tutti, partecipino. Dal sottoscritto fino all’ultimo soldato. Chi si rifiuta sarà deferito al Tribunale di guerra. Siamo 75 uomini e dunque ci divideremo in squadre. Un solo colpo per ogni prigioniero e bisogna sparare alla nuca in modo che muoia subito. Non dovremo impiegare più di un minuto per ogni condannato. Ho dato disposizioni che non vengano preti che ci farebbero perdere solo tempo. Lei, capitano Schütz, coordinerà le operazioni, mentre lei, capitano Priebke, avrà la responsabilità della lista e verificherà che tutti i presenti siano giustiziati.”
Si passò poi alla scelta del luogo. Venne subito scartato il Forte Bravetta perché, secondo le consuetudini militari, i condannati dovevano essere legati sulle sedie, cosa che avrebbe ritardato le operazioni. Allora il capitano Köhler propose le cave di pozzolana abbandonate sulla via Ardeatina, nei pressi delle catacombe di San Callisto, un luogo abbastanza isolato.
“Molto bene capitano, vada subito a fare un sopralluogo e mi riferisca se è possibile seppellirli lì dentro” ordinò Kappler.
In quel momento entrò uno degli SS affannato:
“Colonnello, ci hanno appena comunicato che all’ospedale San Giacomo è morto un altro soldato e quindi le vittime salgono a 33.”
Kappler si rivolse al capitano Shutz:
“Capitano, dobbiamo rispettare la proporzione. Ho saputo che questa mattina avete arrestato dieci persone fermate nei pressi di via Rasella, giusto?”
“Sì, signor colonnello, ma si trovavano lì solo per caso e sono risultate assolutamente estranee all’attentato…”
“Allora inserite anche quelli nella lista.”
Intorno alle 14, dopo aver ricevuto il primo rapporto verbale del capitano mandato per il sopralluogo, Kappler si recò di persona a visitare il teatro dell’esecuzione e decise che gli sembrava il posto migliore.
In quel momento i carcerieri aprivano la porta della cella del carcere dove erano rinchiusi Umberto e Bruno Bucci.
Furono portati nell’ufficio del direttore del carcere, Donato Carretta, che comunicò loro che dovevano essere consegnati ai tedeschi.
Umberto, che in quei giorni aveva perso diversi chili, si teneva i calzoni con le mani per evitare che gli cadessero. Capì che si stava mettendo male ma cercava di farsi coraggio per non spaventare Bruno.
Le guardie li portarono nel cortile del carcere dove già erano ammassati altri detenuti. Si sentiva un gran trambusto e voci che impartivano ordini in tedesco.
Ad un certo punto una guardia con un foglio in mano chiamava i prigionieri: “Bucci Umberto”.
“Presente!”
“Bucci Bruno”.
“Presente!”
L’elenco continuava. Man mano che venivano chiamati, legati con le mani dietro la schiena con un filo di ferro, salivano su camion simili a quelli utilizzati per il trasporto delle carni.
Bruno chiese ai soldati di stringere i pantaloni del padre con altro filo di ferro.
Il camion si avviò per via della Lungara.
“Dove ci portate?” chiese uno dei prigionieri.
“Di certo non a fare una passeggiata!” rispose con accento tedesco un uomo seduto accanto all’autista.
“Forse ci portano a lavorare in Germania” disse Bruno.
“No, non è possibile, altrimenti ci avrebbero fatto portare le nostre cose” rispose un carcerato.
Sul camion si aggirava un prete che dava parole di conforto a tutti. Era don Pappagallo, anche lui un prigioniero, condannato a morte perché aiutava i partigiani.
I camion erano coperti da teloni scuri ma da alcune fessure si poteva intravedere l’esterno. Arrivati all’altezza della Piramide, Umberto riconobbe luoghi a lui familiari ed intuì che stavano dirigendosi fuori città.
Ad un tratto sentirono l’autista parlare con il soldato accanto dicendo frasi incomprensibili.
“Che dicono?” chiese Umberto.
Uno dei condannati, che capiva un po’ di tedesco, rispose con lo sguardo pieno di terrore:
“Hanno detto che tra poco ci ridurranno a merda.”
Gli occhi di Umberto cominciarono a velarsi di lacrime.
“Bruno, perdonami. È tutta colpa mia. Ho pensato che fosse giusto combattere questo regime infame e adesso non solo mi uccidono ma mi puniscono nel modo peggiore uccidendo anche te, senza che tu abbia alcuna colpa. Tua madre morirà di crepacuore!”
Bruno non trovava le parole per consolare il padre. Disse soltanto:
“Papà, potevo morire in guerra e invece sono fiero di morire perché mio padre ha combattuto contro queste bestie. Avrei dovuto farlo anch’io!”
I prigionieri erano atterriti. Umberto riconobbe qualche amico del partito d’azione, si guardarono ma nessuno aveva il coraggio di parlare, ciascuno temeva di fare un passo falso, di essere ucciso per primo.
Gli occhi di Bruno incrociarono quelli di Nicola Stame, un tenore foggiano con il quale avevano condiviso i giorni di prigionia a Regina Coeli. Nicola gli sorrise con uno sguardo pieno di fierezza e di coraggio.
Ad un tratto un ebreo, in preda ad una crisi isterica, cominciò a gridare:
“È finita, ci ammazzano tutti. È arrivato il giudizio di Dio. Siete stati abbandonati anche voi cattolici. Anche il vostro Papa vi ha abbandonato, non ha fatto niente per salvarvi!”
Un soldato lo prese e insieme ad altri quattro lo trascinò dentro la grotta. Si sentirono tre spari e poi un altro ed un altro ancora, mentre una voce gridava:
“Shema’ Israel Adonai…”
Alcuni chiesero a don Pappagallo di benedirli ma il prete fu subito trascinato dentro la caverna con altre quattro persone.
Umberto e Bruno cercavano di stare vicini. Nella mente si susseguivano come in un film le immagini della loro vita, della famiglia, di Elena che certamente si stava disperando per loro.
Umberto pensava:
“Volevo lottare per la libertà, ma non è servito a niente, anzi ho trascinato mio figlio nel mio destino di morte. Signore, perdonami!”
In quel momento Umberto, Bruno ed altri tre condannati furono spinti in fondo alla grotta dove furono costretti a salire su una catasta di cadaveri insanguinati, uno sopra l’altro, alcuni con il cranio fracassato. Si sentivano i rantoli di chi non era ancora morto.
Umberto pregò Kappler di slegargli i polsi legati con il filo di ferro per poter abbracciare il figlio per l’ultima volta e il colonnello, in un impeto di umanità, acconsentì.
Avevano trucidato 330 vittime quando il capitano Priebke, che portava la contabilità dei morti, si accorse allarmato che nell’elenco figuravano 335 nominativi, quindi cinque in più dei previsti 330 da giustiziare.
Senza scomporsi, Kappler disse:
“Uccidiamoli comunque, ormai hanno visto tutto!”
Alla fine della mattanza il colonnello diede l’ordine di far saltare con le mine l’ingresso delle cave.
Era ormai sera. Il sole era tramontato ma il cielo era attraversato da striature rosso cupo, come il colore del sangue degli innocenti. Forse il cielo si era fatto rosso per la vergogna.
Loredana Russi
giugno 2021
…quanto dolore. Una narrazione asciutta, diretta che coinvolge totalmente il lettore.
Eccezionale 👏👏👏