
Riceviamo da Angelo Riccardi, sindaco di Manfredonia all’epoca della realizzazione e della collocazione del monumento equestre a re Manfredi, questa lettera nella quale l’ex primo cittadino spiega le ragioni che non consentirono di dotare la bella opera del maestro Salvatore Lovaglio di un basamento più adeguato.
La pubblichiamo con piacere perché rappresenta un esempio di confronto civile e costruttivo. La rete dovrebbe servire soprattutto a questo: non ad alimentare polemiche e veleni che lasciano il tempo che trovano, ma a stimolare il dialogo, la riflessione e l’esercizio del pensiero critico, virtù sempre più rara nel dibattito pubblico.
(g.i.)
+ + +
Ho letto con interesse la riflessione dell’architetto Ciro Romano sul monumento equestre a Re Manfredi. È una riflessione colta, stimolante, e pone un tema reale: il rapporto tra una statua equestre, il suo basamento, lo spazio urbano e la percezione simbolica del personaggio rappresentato.
Tuttavia, per completezza, credo sia necessario ricordare un passaggio fondamentale della storia di quel monumento.
Il progetto originario non nasceva affatto privo di una forte idea monumentale. Anzi, tra i suoi punti di forza vi erano proprio il rifacimento complessivo della piazza e la presenza di un piedistallo più significativo, pensato per dare maggiore solennità alla figura di Manfredi e per organizzare meglio lo spazio circostante.
Nel corso delle diverse interlocuzioni con la Soprintendenza, però, e nell’iter necessario per ottenere il parere favorevole, fummo costretti a rivedere il progetto iniziale. La Soprintendenza valutò infatti che la collocazione di un basamento più importante, in quel punto, potesse risultare penalizzante per la visuale del Castello e per la lettura complessiva di uno spazio urbano già fortemente caratterizzato dalla presenza del monumento storico.
A conferma di ciò, l’architetto Franco Sammarco, componente della Commissione chiamata a scegliere l’opera vincitrice, ha ricordato che, durante gli incontri ai quali era presente anche il prof. Matteo Palumbo, allora vicesindaco, il Soprintendente dell’epoca aggiunse una considerazione decisiva: il monumento della città, in quel luogo, era il Castello. Nella logica della Soprintendenza, dunque, la sua visibilità non poteva essere “occultata” da un altro monumento, seppur di bronzo e dedicato al fondatore della città.
La soluzione oggi visibile, dunque, non fu il frutto di una scelta superficiale o di una sottovalutazione del valore simbolico del basamento. Fu piuttosto il risultato di un equilibrio difficile tra più esigenze: rendere omaggio a Manfredi di Svevia dopo, realizzare finalmente un’opera attesa da centinaia di anni, rispettare il contesto architettonico e paesaggistico, e ottenere le necessarie autorizzazioni dagli organi competenti.
Si può certamente discutere, oggi, se quella mediazione sia stata la migliore possibile. Ma non si può leggere l’attuale assetto del monumento come se fosse nato da una precisa volontà di “abbassare” Manfredi o di ridurne il valore. Al contrario, l’intento originario era esattamente quello di restituire alla città un segno forte, identitario, capace di ricordare il suo fondatore e di ricucire simbolicamente il rapporto tra Manfredonia, il Castello, il mare e la propria storia.
Va anche ricordato, come più volte sottolineato da chi ebbe un ruolo decisivo nella realizzazione dell’opera, che il monumento non è soltanto un elemento estetico o urbanistico. Il termine stesso “monumento” richiama il dovere della memoria: ricordare, ammonire, insegnare. Manfredonia aveva un antico debito di riconoscenza verso Manfredi di Svevia, e quel monumento, inaugurato il 24 maggio 2015 in Piazza Silvio Ferri, ha finalmente dato forma a un desiderio coltivato per molti anni da cittadini e amministrazioni.
Forse il monumento avrebbe potuto avere un basamento più alto. Forse, in un altro contesto o con diverse prescrizioni, avrebbe avuto una forza scenografica maggiore. Resta legittima, in questo senso, l’opinione dell’architetto Romano, soprattutto se si guarda alla piazza nella sua dimensione architettonica complessiva. Tuttavia, osservato da vicino, il monumento produce un coinvolgimento emotivo evidente: la sua prossimità non lo sminuisce, ma lo rende più vicino alla città e ai cittadini. Il fatto che tante persone si avvicinino, lo fotografino e lo tocchino dimostra che non è percepito come un semplice “uomo a cavallo”, ma come una presenza viva e identitaria. Manfredi è lì non come semplice arredo urbano, bensì come segno di memoria civile. Il suo gesto, con l’indice rivolto verso il Castello, continua a ricordare alla città il legame con le proprie origini e l’amore che spinse il suo fondatore a volere Manfredonia.
Per questo ogni discussione sul monumento è utile, purché tenga conto non solo della teoria monumentale, ma anche della storia concreta della sua realizzazione. Quella statua non è nata da una mancanza di visione: è nata da una visione che ha dovuto misurarsi con vincoli, pareri, responsabilità e compromessi necessari. E resta, comunque, uno dei segni più significativi del rapporto tra Manfredonia e il suo fondatore.
Angelo Riccardi
Già Sindaco di Manfredonia