Foggia, la città che si divide su tutto

I foggiani hanno una singolare propensione a dividersi. Accade quasi su ogni questione di interesse pubblico e, non di rado, perfino su ciò che dovrebbe costituire il fondamento della nostra identità condivisa. È successo di recente in occasione di due vicende molto diverse tra loro: il Gio Festival, con la rappresentazione dell’Andrea Chénier in piazza Cavour, e il dibattito sui numerosi abbattimenti di alberi pericolanti.

Vale la pena rifletterci.

A Roma, la celebre Traviata ideata da Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti è stata trasmessa su maxischermo in piazza di Spagna, trasformata per l’occasione in un teatro a cielo aperto. L’obiettivo era «trasformare uno dei luoghi simbolo della Capitale in un punto di incontro e partecipazione, riaffermando il valore della dimensione pubblica come occasione di condivisione».

L’iniziativa ha meritato un lungo ed entusiasta servizio nell’edizione nazionale del TG3.

Totale silenzio, invece, perfino nell’edizione regionale pugliese del TGR, sull’Andrea Chénier rappresentata in piazza Cavour a Foggia, dove la piazza non è stata soltanto un teatro all’aperto, ma è diventata parte integrante della scenografia grazie alla felice intuizione registica di Mario Martone.

Eppure, anche di fronte a un evento di questo livello, la città si è divisa. Da una parte chi ha denunciato il disinteresse del servizio pubblico radiotelevisivo; dall’altra i bastian contrari di turno, infastiditi dalla chiusura della piazza, dai disagi al traffico, dalla scarsità di posti a sedere. Come se il problema non fosse l’eccezionalità dell’evento, ma il fastidio che esso inevitabilmente comportava.

L’impressione è che l’elemento più profondamente divisivo non sia tanto il merito delle scelte, quanto il giudizio preventivo sull’amministrazione comunale che le compie. Se la giunta di turno non piace, ogni decisione diventa automaticamente sbagliata. Il confronto sui fatti lascia il posto all’appartenenza e ogni occasione si trasforma in terreno di scontro.

Prendiamo il caso degli alberi. Raccontano la storia di una città meglio di molti documenti. Attraversano generazioni e amministrazioni e la loro cura è uno di quei problemi che nessun sindaco eredita da sé stesso: ogni giunta riceve le conseguenze delle scelte, o delle omissioni, di quelle precedenti.

L’amministrazione Episcopo si è trovata ad affrontare una situazione che gli esperti considerano il risultato di errori accumulati nell’arco di decenni, a partire dalle modalità con cui molti alberi furono messi a dimora.

L’architetto Ugo Jarussi lo aveva previsto oltre mezzo secolo fa. Scriveva: «Dopo il primo strato di terreno vegetale il nostro suolo presenta impenetrabili croste di sedimentazioni silico-calcaree che vanno rotte a colpi di mazze e di picconi, se si vuole un buon impianto radicante. Diversamente si sviluppano radici superficiali, a ventaglio invece che a fittoni, che spaccano tutto, ma non reggono alla spinta dei venti ed al peso delle chiome e gli alberi, condannati al rapido abbattimento, non resistono che pochi lustri» (Foggia, Editoriale Adda, 1975).

Jarussi si rivelò profetico. Indicava interventi relativamente semplici per evitare, nel tempo, abbattimenti inevitabili. In cinquant’anni, però, quelle indicazioni sono rimaste in larga parte inascoltate. Per questo è difficile attribuire la responsabilità della situazione a una sola amministrazione, quando il problema è il risultato di mezzo secolo di rinvii e di scelte mancate.

Le polemiche, del resto, non hanno mai risolto i problemi concreti.

Il confronto pubblico si è progressivamente ridotto a stucchevoli diatribe sui social, dove la logica del like prevale su quella del ragionamento.

Le opinioni sono il sale della democrazia. Una comunità viva è una comunità che discute. Ma quando il dissenso diventa permanente, quando ogni questione viene interpretata esclusivamente attraverso la lente dello schieramento e il dialogo lascia il posto alla contrapposizione, allora il problema non riguarda più il singolo episodio: riguarda la qualità della vita democratica di una città.

Una comunità che non riesce più a confrontarsi serenamente fatica anche a costruire una visione condivisa del proprio futuro. E senza una visione condivisa persino le occasioni migliori, anziché diventare patrimonio comune, finiscono per trasformarsi nell’ennesimo motivo di divisione. È accaduto con l’Andrea Chénier. Succederà ancora, se non impareremo a discutere delle idee prima che delle appartenenze.

Geppe Inserra

9 commenti su “Foggia, la città che si divide su tutto”

  1. Ottima e induscuttibile lettura! Hai reso in forma più che plastica alcune delle segnalazioni che ti feci. Ma c’è dell’altro su cui dovresti indagare e che solo in parte hai toccato: la vergogna morale dei tanti, troppi commentatori privati – aizzati senza controllo da quasi tutti i web journal locali – che usano le pagine social come una clava.
    Ormai sono sempre più vere e proprie “cloache social”…

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  2. Geppe…come sempre puntuale e stigmatizzante! Da cittadino condivido pienamente..”PRIMA LE SCELTE POI LE APPARTENENZE”. Ma per la nostra comunità pare sia un “esercizio” faticoso! Superficialità e scarsa coscienza civica? Da foggiano sono il primo a mettermi in discussione

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  3. Un’analisi spietata e veritiera di un “ vizio congenito “ di una terra che non riesce a superare i suoi pregiudizi.
    Litigare su tutto, sempre, per spirito di polemica innato!
    Dibattiamone pubblicamente, valutiamo quanto ci costa questo vizietto in termini di credibilità nazionale e traiamone le decisioni conseguenti!
    In fondo, siamo, sicuramente, più illuminati di quanto si possa pensare a primo acchito.
    Partiamo, ovviamente, dall’Università, dalle scuole e dai mezzi di comunicazione più impegnati e dalle tante belle menti locali!

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  4. La tua riflessione è come sempre condivisibile. A mio modesto avviso il dissenso dovremmo incanalarlo della “normale” dialettica. Il punto è capire quando questo dissenso è frutto di un pensiero libero e consapevole e responsabile e quando sorge dall’ignoranza. Il cittadino è stanco di giustificazioni: vuole vedere risolti i problemi. E alli l’amministrazione deve mettere mani a questo: dare risposte ai problemi. Dalla manutenzione delle strade, del verde e della pulizia all’offerta di servizio alla collettività. Molto spesso disagi e problemi che un cittadino affronta non sono di stretta competenza dell’amministrazione locale ma su di essa scarica il problema (questione sicurezza).
    Infine, c’è bisogno, a mio avviso, che l’amministrazione comunale assicuri una maggiore fruizione di cultura ai cittadini in modo che possa crescere una educazione ed una sensibilità nuova.

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  5. Buongiorno condivido pienamente la tua disamina, a Foggia non si sa costruire ma solo distruggere, purtroppo l’esempio viene da tanti consiglieri dell’opposizione che sanno solo criticare negativamente ogni iniziativa intrapresa dall’amministrazione Comunale, dimenticando che per un decennio ci sono stati loro e conosciamo i risultati. Per non parlare del Tg3 e tante testate giornalistiche locali che mettono in risalto le negatività che comunque ci sono e non menzionano mai le splendide iniziative culturali che accadono in questa città, non solo l’Andrea Chénier voglio ricordare la stagione teatrale al Teatro del Fuoco a dir poco splendida. Per quanto concerne la piantumazione errata è pienamente condivisibile la riflessione di 50 anni orsono dell’ architetto Ugo Jarussi

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  6. Condivido. Foggia, una città più usata che amata… i ritardi pesano come macigni… la/e divisione/i sono effetti d’innegabili deficit di respiro culturale come linfa vitale per innescare metodi e meccanismi di sviluppo e crescita civile, sociale ed economica.

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