Roberto Consiglio è stato un “compagnone“, nel senso più vero della parola. “Compagno“, perché ha dedicato buona parte della sua vita alla causa della sinistra e della giustizia sociale. “Compagnone” per la sua affabilità, la simpatia che sprigionava. Il Covid lo ha piegato a 82 anni.
“Di lui ricorderà sempre il tratto umano, la cordialità  – ricorda Michele Galante, scrittore, parlamentare già segretario provinciale del Pci. – Aveva un tono scanzonato, un’innata capacità di sdrammatizzare che era molto utile in certe riunioni di partito. Era disponibile e sorridente verso tutti, e questo gli procurava tante simpatie.”
Barese di nascita, giornalista come suo padre, venne portato a Foggia da Michele Pistillo, quando l’esponente comunista passò dalla guida della federazione di Bari a quella di Foggia, agli inizi degli anni Sessanta, diventando subito segretario della Fgci, la federazione dei giovani comunisti.
Corrispondente dell’Unità e di Paese Sera, ha raccontato con passione l’altra Capitanata, quella del mondo del lavoro, delle battaglie per il diritti e per l’emancipazione. Attivista e militante del Pci di Foggia, ne è stato segretario comunale e capogruppo al consiglio comunale. Alternava la militanza politica alla cronaca, alla narrazione dei fatti. Ha fondato e diretto il settimanale Il Punto, voluto dall’allora segretario provinciale del Pci, Pietro Carmeno, facendolo diventare una voce importante dell’informazione alternativa in Capitanata.
È stato molto attivo anche nel mondo della cooperazione, fondando la prima Coop di Foggia in via Guerrieri, dalla cui “gemmazione” sarebbe nata l’Ipercoop, il primo ipermercato cittadino. Ha promosso anche alcune cooperative edilizie.

Consiglio durante una manifestazione a Foggia, con Pietro Ingrao e Pietro Carmeno

Prima di godersi la meritata pensione è stato per alcuni anni direttore di scalo all’Aeroporto di Foggia per conto della Seap, senza mai tralasciare l’impegno politico. Dopo la svolta della Bolognina e il successivo congresso, aderì a Rifondazione Comunista, per poi approdare al Pdci (Partito dei Comunisti Italiani) di cui è stato anche segretario provinciale.
Così come era sempre aperto e disponibile verso gli altri, Roberto era piuttosto e schivo e riservato quando si trattava di parlare di lui, della sua vita. Era uno di quegli uomini, e purtroppo ce ne sono sempre meno, che preferiva il “noi” all’io.
Domenico Rizzi, presidente dell’Arci di Foggia, ne ricorda la bonomia, ma anche il coraggio: “Roberto si lasciava ben volere per la sua tenacia, simpatia e giovialità, doti che gli consentirono di superare anche i momenti più difficili, come la scomparsa della sua cara Nicoletta, dedicandosi alla cura delle sue figliole con amorevole cura paterna. A lui va l’affettuoso ricordo di tutti noi che l’abbiamo conosciuto e voluto bene.”
Matteo Carella, autore delle foto che illustrano questo articolo, ricorda invece la sua passione per il calcio: “Nonostante le sue origini baresi, era un appassionato tifoso del Foggia, di cui ha raccontato le gesta sull’Unità, che dava spazio alle vicende dei Satanelli, soprattutto nell’era di Zemanlandia. Era anche uno sportivo praticante. Dopo essere stato un buon calciatore dilettante, in gioventù, portava sempre con sé nell’auto un pallone, e spesso succedeva che a fine giornata ci sgranchissimo le gambe, tirando i classici quattro calci”.

Consiglio (primo sulla destra) alla Conferenza di organizzazione del Pci di Foggia nel 1975. A suo fianco (da destra a sinistra) Paolo De Caro, Carlo Ribezzo, Piero Pieralli, della segreteria nazionale del Pci. Sul podio degli oratori, Fernando Di Trani.

La chiusura dell’ultima sezione comunista di Foggia ha coinciso con il suo distacco dalla politica, e con l’inizio di un nuovo percorso: la ricerca delle radici. Roberto si è messo a scavare negli archivi, sulle trasse dei suoi antenati, con la intensa collaborazione di Franco Onorati, architetto esperto di ricerche negli archivi storici.
Roberto veniva da una famiglia aristocratica. Suo padre era giornalista, come già detto, e il fratello di suo padre, un ammiraglio della Marina. Sua madre, originaria di Brindisi, era figlia di un alto magistrato. Lo zio di parte materna è stato invece un grande giocatore di scacchi.
“Per anni – ricorda Onorati – Roberto ha cercato le sue radici, con una passione commovente. Il suo ultimo impegno, finora non coronato da successo, era indirizzato a far dedicare una strada di Molfetta a sua zia, donna agiata e nobile, grande benefattrice. Negli archivi abbiamo ritrovato le tracce dell’ingente eredità che lasciò, dopo la sua morte, alle confraternite e all’ospedale civile di Molfetta. Roberto era particolarmente affezionato a questa sua zia, che si era occupata del suo sostentamento economico dopo la prematura morte del padre.”
Una vita intensa. Una vita spesa bene. Hasta siempre, Roberto. Ci mancherai.
Geppe Inserra

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