A Quà Mène Sembe Vìnde, la nuova raccolta di poesie di Gianni Ruggiero

Gianni Ruggiero
Gianni Ruggiero è la testimonianza vivente che, quando è
scritta con quello spirito ineffabile che connota i grandi poeti, la poesia in
dialetto non è di serie B, ma arte autentica che affida alla lingua del popolo
il racconto della vita. La poesia dovrebbe essere sempre così: “popolare”. Nel
senso che dovrebbe riuscire a parlare, a comunicare con tutti, a sprigionare e
trasmettere emozioni indipendentemente dal titolo di studio del destinatario,
ma senza, per questo, smettere di essere arte.
Ruggiero coglie perfettamente l’obiettivo, raccontando in
versi la città di Foggia, i suoi modi d’essere, le sue radici antiche, la sua
gente. E coinvolge, emoziona. Propone profumi e sublima i colori di una città
dall’anima antica e variopinta. Come si legge nella lirica Fogge, compresa in una raccolta uscita qualche anno fa: Fogge eje n’addore/ Fogge eje na tinde de
sole/ Eje i rènele che vanne vulanne/n’acque che nen t’abbagne./ Fogge eje nu
mare gialle/ Eje ’a felinie d’a restocce garze/ Fogge eje i titte vasce/l’irmece
cku ciuffe da’ cambumille/i grotte che tornene a nasce
. (Foggia è un odore
/ Foggia è una tonalità di sole / è le rondini che volano / un’acqua che non ti
bagna / Foggia è un mare giallo / la fuliggine delle stoppie bruciate /Fogge è
i tetti bassi / le tegole con il ciuffo di camomilla / le grotte che
rinascono).
La grandezza di Gianni Ruggiero sta nella sua istintiva musicalità,
che rende l’esperienza dell’ascolto delle sue liriche pregnante tanto quanto la
lettura. Non a caso Ruggiero se la cava molto bene anche come cantautore e
teatrante.
La sua poesia riesce a far sentire e toccare con mano la
realtà profonda di una comunità che durante la sua storia ha dovuto pagare un
prezzo assai caro alla memoria, oltraggiata e dispersa da invasioni, terremoti
e più recentemente dai bombardamenti.

Alla tragica estate del 1943 è dedicata l’opera più
rappresentativa e struggente di Gianni Ruggiero, Poema per la mia città martoriata , un bell’esempio di memoria
che diventa poesia popolare e che conferisce dignità espressiva e culturale
assoluta al dialetto, qui usato come strumento linguistico che riesce a
conferire alla narrazione un’ altissima intensità emotiva: “Come t’u cconde u friscke / de na bombe ca càde / quande
s’attappene i recchie / e se ferme l’aria e u fiate. / E chi u sapeve stu munne
/ che ind’a nnìinde mette a deserte / stu pajese belle, accucchiate ind’a
mill’anne a prete a prete.”
(Come te lo racconto il fischio / di una
bomba che cade, / quanto si otturano le orecchie / e si ferma l’aria e il fiato.
/E chi conosceva questo mondo / che in un niente trasforma in deserto / questo
paese bello, costruito pietra dopo pietra in mille anni).
Ruggiero ha al suo attivo già diverse raccolte di poesie,
che coprono un arco temporale decennale, una esperienza che ha consentito al
poeta di sperimentare, crescere, maturare. Ragione per cui i suoi amici e i
suoi estimatori attendono con una certa impazienza l’uscita della nuova
raccolta di poesie. L’evento è fissato per oggi, sabato 10 dicembre.
A Quà Mène Sembe Vìnde
– questo il titolo del volumetto – verrà presentato nella sede
dell’Associazione Tre Cas-Tel (via San Domenico, 27, Foggia) dal prof. Ranieri
Gonzini, membro dell’Associazione, e dal dott. Giuseppe Donatacci, docente
dell’Università del Crocese. Durante la manifestazione, lo stesso Ruggiero e
l’attrice Maria Rosaria Vera leggeranno alcune liriche comprese nella raccolta,
mentre Ester Brescia eseguirà alcune canzoni dialettali composte dal poeta
foggiano.
La raccolta presenta un’ampia sintesi dei versi scritti da
Gianni Ruggiero negli ultimi sei anni : “spero – scrive l’autore nella premessa
– siano le poesie che più si staccano da quel luogo comune che vuole ridurre la
poesia dialettale foggiana a sinonimo di vernacolo, dove i temi utilizzati (ed
abusati),  come i ricordi e  la nostalgia dei luoghi e dei tempi andati,
ricorrono continuamente.” Una bella sfida.

Geppe Inserra   
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Autore: Geppe Inserra

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