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Forse siamo già fuori tempo massimo, ma il tormentato iter dell’accorpamento delle province che non hanno i numeri per la sopravvivenza (almeno  3.000 chilometri quadrati, ed almeno 350.000 abitanti) avrebbe potuto essere una buona occasione anche per riaprire una vecchia – e mai del tutto risolta – questione quella dei confini regionali, che stanno stretti ad alcune province. 
La riforma in corso non risolve i problemi, anzi in qualche modo li aggrava. Prendiamo il Molise: nessuna delle sue province ha i “numeri”, verrà data una deroga a Campobasso, in quanto capoluogo di regione, che accorperà anche la provincia di Isernia. Ma che senso ha una sola provincia in una sola Regione (stesso discorso che si pone per la Val d’Aosta)?
La debolezza strutturale del Molise è una delle ragioni fondanti per progetto della Moldaunia, che ha incontrato un interesse consistente in provincia di Foggia (ma per una serie di ragioni il suo propugnatore, Gennaro Amodeo, non è riuscito a far quadrare i conti affinché il consiglio provinciale promuovesse il referendum) ma non ha suscitato particolari entusiasmi in terra molisana, forse a causa della scarsa capacità attrattiva che la Capitanata presenta, in quanto tale, come diremo meglio più avanti. 
In queste ultime settimane, ha ripreso quota una idea che qualche decennio fa suscitò un certo interesse, quello del Molisannio, che, nelle intenzioni dei suoi promotori doveva mettere assieme il Molise e la provincia di Benevento, se non altro per farne una circoscrizione elettorale, quando per la elezione della Camera dei Deputati vigeva ancora il vecchio sistema elettorale.

Quella idea ha ripreso vigore nelle ultime settimane, per iniziativa di  Lorenzo Lommano, leader della Lega Sannita che però boccia sia l’idea della Moldaunia, che quella del Molisannio. Per lui ha senso soltanto la Regione Sannio che andrebbe ad accorpare la Daunia (non si è capito bene se tutta, o in parte), un consistente pezzo della Campania e il Molise. Esemplare, in tal senso, una dichiarazione rilasciata soltanto qualche giorno fa dallo stesso Lommano che riportiamo testualmente: “Se la Regione Molise rischia ignobilmente di essere cancellata ed annessa alle regioni adriatiche dell’Abruzzo e delle Marche, noi della Lega Sannita ci battiamo con i cittadini e non con i politici dinosauri dei palazzi, perché si arrivi a realizzare la grande Regione Sannio, una regione di oltre un milione di abitanti dove bene possano convivere con i dauni, Benevento, Avellino e il Molise. E’ questo il nostro obiettivo creare, modificando la Costituzione Italiana, una macro regione che si chiami Sannio che miri a coinvolgere tutte le popolazioni ed i loro territori in un unico progetto considerato che, mentre i dauni del foggiano si battono per la regione Moldaunia, quelli di Benevento invece per il Molisannio e pertanto non abbiamo capito di che cosa si parla. Sottolineo ancora una volta ed è bene subito chiarirlo, che noi della Lega Sannita siamo esclusivamente per la Regione Sannio e che quindi non permetteremo mai una guerra tra poveri. Penso che a questo punto – ha concluso Lommano – ci sia bisogno di chiarezza innanzitutto tra chi generosamente si batte per il progetto e far capire che l’obiettivo è arrivare solo alla Regione Sannio, e solo dopo passare la parola ai cittadini evitando però di continuare a genuflettersi ai piedi di chi occupa ancora abusivamente scranni nelle istituzioni”.
Al di là delle questioni nominalistiche e politiche, l’iniziativa di Lommano è interessante per almeno due ragioni: la prima è che  conferma che gli attuali confini regionali pugliesi, molisani e campani stanno stretti alle province più interne di questo quadrante territoriale, la seconda è che il progetto della Lega Sannita è sorprendentemente affine a una delle iniziative più serie e rigorose portate avanti negli ultimi decenni in questo ambito – la revisione dei  confini regionali. Stiamo parlando del “Patto delle Quattro Province”, siglato il 26 settembre del 2001 dai presidenti delle province di Foggia, Benevento, Campobasso ed Avvellino.
L’idea della “quasi Regione”, tenacemente sostenuta dall’allora presidente della provincia di Foggia,  era nata a seguito di una indagine del Censis, promossa proprio da Pellegrino, dalla quale era emersa l’attualità di un nuovo quadrante territoriale per lo sviluppo del Mezzogiorno. Dopo la presentazione della indagine, era andata consolidandosi l’idea di un progetto comune di lavoro, culminato nella sottoscrizione di un accordo, in una seduta congiunta dei quattro consigli provinciali, e, soprattutto, nella decisione di dare vita ad una “federazione delle 4 province”.
Il progetto è poi abortito per una serie di ragioni che richiederebbe un approfondimento ad hoc: diciamo che la politica non fu particolarmente solerte nel  comprendere il potenziale innovativo sotteso al progetto e che, probabilmente, svolse una funzione drenante la questione di cui si diceva all’inizio: lo scarso appeal della provincia di Foggia, quando si tratta di immaginare nuovi accorpamenti e nuove aggregazioni territoriali. La sua estensione geografica, la sua popolazione incutono da parte degli altri territori il timore di restare schiacciati.
Non c’è ormai molto più tempo, ma il confronto sulla riforma delle province  potrebbe essere l’occasione per riaprire giochi che sembravano ormai chiusi, anche se il relativo disinteresse che soprattutto sul versante della Puglia settentrionale ha accompagnato il confronto a livello regionale sul futuro delle province pugliesi non autorizza a sperare granché.
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