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di Maurizio De Tullio
Non credo che quanto andrò a esporre attenga ad una vicenda personale. È per questo che chiedo nuovamente ospitalità al collega Inserra, pregandolo di non relegare questa ‘risposta’ nel consueto spazio dei post, anzi, sarebbe ancor più arricchente conoscere – sul tema – anche la sua opinione.
Dunque, riassumendo, il lettore Giancarlo Pugliese non ha trovato in me, e nelle mie parole, nulla di propositivo e mi dipinge come un “chiacchierone”, “indisponibile al dibattito”, “arrogante”, “superbo borghese” per concludere che “non ho viaggiato abbastanza e non so guardare”. Per chi abbia voglia di rileggere i nostri ultimi passaggi, può cliccare qui.
Va bene, se ciò è quel che pensa di me e se ritiene che abbia risolto il ‘problema’ sciorinando una decina di aggettivi per catalogarmi, non so davvero cosa farci.
Io, in un’unica espressione, vorrei dirle come la penso. In realtà l’ho già usata questa espressione, chiosando una risposta al cortese Mario Raviele che aveva commentato un mio precedente post utilizzato da Geppe Inserra con apposito titolo ( De Tullio: Foggia? Una città destinata a implodere, n.d.r.).
In buona sostanza, Foggia, per riscattarsi davvero e ad ogni latitudine umana, ha bisogno di una sola cosa: un ‘Nuovo Processo di Norimberga’. Naturalmente la prego di non prendermi alla lettera, non appartengo né al popolo belante di Grillo e nemmeno agli incazzati a scoppio ritardato dell’altro popolo, quello dei cosiddetti ‘Forconi’.

Ma non posso sottrarmi al confronto con quanto lei mi dedica. Partiamo dal fatto che dipende sempre dai punti di vista. Stando a quelli che ritiene dei disvalori, per lei Pisa è considerata “moscia” perché rientrerebbe fra quelle città “poco ospitali, poco allegre, poco aggreganti”.
Per me è ragionevole considerarsi ‘poco ospitali’ (ma mai intolleranti) se gli ospiti si comportano in maniera incivile; la mia città la vorrei ‘poco allegra’ se il concetto di allegria deve stagliarsi sul modello discotechificio; e – punto di esclamazione – la mia sarebbe una città ‘poco aggregante’ se non avesse una Storia millenaria, se non offrisse luoghi di svago intelligente, se non avesse una Università che accolga studenti da tutta Italia, e se non avesse monumenti, dintorni e bellezze che facciano invidia a mezzo mondo!
Questione di punti di vista. Ma sui deportati, non scherziamo caro cittadino foggiano del 1977. Perché non c’è bisogno di scomodare il lontanissimo Stalin (che il buon Dio avrà già provveduto a sistemare dove merita). Basterebbe mandare di meno i foggiani alle Isole Maldive e di più alle Isole Tremiti per comprendere cosa significhi deportare qualcuno che non la pensi come noi (do you know “campo di concentramento”?).
Ma, per tornare ai guai di Foggia – da lei elegantemente mai citati e di conseguenza orfani di motivate modalità di intervento per eliminarli – se gli occhi, cioè l’anticamera del cervello, sono perennemente chiusi, dove pensa di trovare le armi e i mezzi per combattere e migliorare le cose?
È talmente ovvio che anche a Foggia vi sono e operano persone che sanno cosa bisogna fare, s’impegnano ammirevolmente pur nelle difficoltà, si scontrano con poteri forti e non vorrebbero mai andarsene da qui: ma – e lo sostengo da tempo – sono talmente poche che con l’1% di queste belle persone non si va da nessuna parte. Voglio dire che è talmente impari lo scontro in atto – scontro culturale, formativo, aggregativo, economico – che ostruisce “di fatto” la presunta rinascita foggiana.
Purtroppo di LOTRAS, qui, ce n’è una sola. Se ce ne fossero duecento non staremmo qui a discutere di Pisa e Foggia, e se ci fossero 3 o 4 giornali di servizio avremmo una città maggiormente consapevole dei propri diritti e delle strade giuste da percorrere.
Poiché sulla rinascita foggiana io sono terribilmente pessimista (eppure di natura non lo sono!), è lei che deve suggerirci come fare per ingrossare quell’1% di Foggia positiva, capace, forte, dinamica, creativa, moderna, che non si arrende, perché poi – davvero – il discorso si fa trito e ritrito e le chiacchiere se le porta via il vento, lasciando un deserto alle spalle.
L’autoflagellazione e la lamentazione continua fanno parte della nostra (uso il plurale maiestatis con molta fatica) cultura di base. Lei è nato nel 1977. Io, già da quell’anno, non ancora ventenne, sia in radio che in televisione mi occupavo, qui, nella nostra Foggia, dello stato pietoso delle strade e dei Vigili Urbani che volgevano sempre altrove lo sguardo. Come oggi.
La mia era una lamentazione? Una suggestione autoflagellante? No. Osservavo la realtà, ne denunciavo pubblicamente le storture, chiamavo in causa i diretti interessati perché si assumessero le loro responsabilità e attendevo che qualcosa cambiasse. Facevo solo il mio doppio dovere: di giornalista e di cittadino.
Sono trascorsi 37 anni. Per molti altri lustri ho continuato a denunciare le stesse cose (sa, in quanto Ariete come lei, sono un inguaribile testardo, e mica solo queste ‘banalità’ ho denunciato, caro foggiano Pugliese), formulando abbinatamente sempre delle proposte, interrogando i cosiddetti “responsabili della cosa pubblica”. Il risultato lo lascio immaginare.
Lei vorrebbe partire da non si sa bene da quali ‘valori’ e ‘riconoscimento di quei valori’. La storia del semaforo rosso era una metafora, ma vedo che non l’ha colta e passo oltre.
Chi fissi la piramide di Cheope – sia che la guardi da vicino che da più lontano – probabilmente ne conosce la storia o, arrivandoci da tanto lontano, si sforzerà di conoscerla e capirà tante cose e non solo che si tratta di un manufatto gigantesco e in pietra. Tutto molto ovvio.
Chi fissi l’Arco di Federico II, a Foggia – sia che lo guardi da vicino che a distanza – si renderà conto di una sola cosa: che i foggiani non conoscono e non apprezzano la loro Storia e, soprattutto, che in quanto bene storico (e quell’arco è tra gli emblemi della storia ‘sovrana’ di Foggia) non è rispettato da nessuno, né dai residenti, né dai negozianti, nemmeno da dirigenti e impiegati museali o del Conservatorio di Musica, tanto meno dai vigili urbani, figurarsi dai cittadini qualunque (a parte le solite 4 o 5 mosche bianche che, pateticamente, smanettano h24 su FB convinti che con le ‘faccine’ o i ‘mi piace’ si risolvano i problemi del mondo).
E in quanto al tema del viaggiare, non volendomi dilungare per spiegarle quando, dove e come ho viaggiato, potrei cavarmela dicendo che sono d’accordo con lei. Ma c’è anche modo e modo di viaggiare.
Roberto Saviano e Marco Travaglio – che cito a caso e, comunque, non come idoli -, nei rispettivi libri-denuncia non hanno necessariamente toccato palmo a palmo i territori (fisici e in senso lato) dei quali hanno poi scritto: documentarsi in modo rigoroso, sistematico, senza guardare in faccia nessuno è un modo di ‘viaggiare’ onesto, utile e molto produttivo.
Ho visto che anche lei, dal 2006 a oggi, si comporta in maniera rigorosa e documentatissima nei suoi interventi e commenti, che ho trovato in alcuni siti locali (che, a futura memoria, ho debitamente provveduto a salvare).
Vorrei dirle che sono rimasto affascinato dai suoi tanti monologhi e dialoghi, quasi tutti pervasi da una lucida visione dei ‘problemi’, tutti venati da ipercriticismo, tutti figli di una conoscenza diretta, personale, professionale degli argomenti che tratta. Un autentico professionista della parola!
A leggerli vien da pensare che effettivamente io abbia ecceduto nel commentare maluccio i suoi interventi su ‘Lettere Meridiane’, a inglobarla frettolosamente tra i tantissimi foggiani cui non difetta la mentalità dell’ultras anche quando deve semplicemente accendere la lampadina in una stanza.
C’è un unico problema: peccato che tutti, ma proprio tutti, quei suoi meravigliosi interventi siano riferiti solo alla squadra di calcio del Foggia!
In un suo post precedente, nel rispondermi tutto piccato su questo punto specifico, si era così espresso, domandandomi: “Ritiene peraltro che il mio sia acritico atteggiamento da “ultrà”? (non lo sono mai stato, ma fa lo stesso…)”. La mia risposta è un gigantesco sì.
E su quell’ipotetico “banco degli imputati”, in un ipotetico ‘Nuovo Processo di Norimberga’, metterei non lei in quanto tale, ma sicuramente metterei questa “incosciente inciviltà” che obbliga ancora oggi un giovane perbene come lei – istruito, certamente capace – a sopravvivere a base di ‘pane & pallone’.
Ma si rende conto che il suo fiato, le sue energie, la sua rabbia, la sua intelligenza, la sua creatività ed anche molti dei suoi risparmi da almeno 25 anni li ha gettati al vento, e con lei migliaia di altri giovani come lei? E che nel frattempo la città che lei, come me, vorrebbe migliore e più garantita, in tutti questi 25 anni ha subìto dei nefasti processi di trasformazione, passati indenni sotto il suo naso anche grazie alla “meglio gioventù” foggiana, che i suoi cento passi continua a contarli da casa allo “Zaccheria”?
A meno che quel Giancarlo Pugliese non sia un suo omonimo…
Cordialmente.
Maurizio De Tullio

* * *

La lunga ma sempre civile contesa tra Maurizio De Tullio, da un lato, e Giancarlo Pugliese, dall’altro, incarna ed esprime due modi di pensare, starei per dire due concezioni della vita, entrambi particolarmente radicati a Foggia e di cui ho spesso parlato in Lettere Meridiane (chi volesse approfondire può rileggersi il post Foggia, città che non sa sperare, né disperare.)
Da un lato c’è la tendenza a buttarsi giù, eccessivamente. Dall’altro quella ad esaltarsi, anche quando non è il caso. Ho sempre amato molto Seneca, e in particolare quella sua massima che racchiude una filosofia profonda: “Non disperare mai senza speranza, non sperare mai senza disperazione.” Che è un invito un po’ a prendere la vita come viene, tuttavia senza rinunciare a migliorarla. 
Mi sembra eccessivo invocare così come fa Maurizio un nuovo processo di Norimberga (anche perché non basterebbe lo stadio Zaccheria a  contenere tutti gli imputati). Così come non condivido una certa tendenza da parte di Giancarlo Pugliese a buttarla sul personale. Sono le idee che bisogna mettere a confronto, a prescindere da chi le esprime, e valutarle per quelle che sono: opinioni.
Di Maurizio e di Giancarlo va però rimarcata l’assoluta onestà intellettuale e l’elevato senso civico che ispira le loro posizioni, e li ringrazio entrambi per il contributo comunque positivo che stanno dando.
L’importanza è che dalla discussione, dal confronto, si sedimenti una opinione pubblica.
Detto questo, era fatale che la scoperta che in certe parti d’Italia dire “foggiano” a qualcuno equivale a rivolgergli l’epiteto di grezzo, suscitasse un dibattito così rovente e desse sfogo a quei due modi opposti di intendere la città e la vita di cui ho parlato all’inizio.
Adesso sarebbe necessario che il confronto si focalizzasse un po’ di più su certi fatti come quelli cui accenna in un passaggio del suo articolo Maurizio De Tullio quando sottolinea che negli ultimi 25 anni Foggia ha subito nefasti processi di trasformazione. Tesi che mi sembra sia ampiamente e incondizionatamente condivisibile.
Foggia è cambiata. Molto cambiata e purtroppo in peggio. Perché? Discutiamone.

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