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L’intervento di Vincenzo Concilio sul blog di Geppe Inserra, Lettere Meridiane, pubblicato il 19 novembre, introduce temi poco frequentati e desueti negli ultimi tempi (almeno nel mondo occidentale), quali colonialismo, geopolitica, imperialismo; quasi considerati tabù in una società in cui il consumismo sfrenato e il capitalismo senza regole dettano legge, orientando la politica e dirigendo i media col silenzio attivo di un’intellettualità quasi sempre subordinata, se non complice.
In un contesto nel quale non è difficile filtrare vaghi umori dal sapore feudale, sotto le mentite spoglie di un liberismo mondano, si stenta persino a porre l’accento – non è di moda, nemmeno conveniente ai più – sulle ragioni storiche che hanno determinato l’attuale sottosviluppo del Mezzogiorno d’Italia e quello dei tanti sud del mondo. Sottosviluppo che è maturato, almeno in Italia, nutrendosi del protagonismo essenziale del blocco politico sociale conservatore-liberale, costituito dall’alleanza del capitale del nord con gli agrari del sud. Un’alleanza che ha determinato, sin dall’unità, una gravissimo pregiudizio sociale ed economico alle popolazioni del Sud, in gran parte rurali e destinate al patibolo dell’emigrazione; il tutto con la benedizione e il pentimento tardivo di grandi intellettuali meridionali come Giustino Fortunato e Benedetto Croce.
Parlarne significherebbe, perlomeno, cercare di capire come sia possibile che 3 consiglieri comunali di Foggia passino nella lega di un imprevedibile e irriverente Matteo Salvini, alla conquista di un Sud sempre troppo tollerante con i funambolici giochetti del teatrino della politica.

Ma con chi parlarne? Se per capire l’attuale fase economica del Sud bisogna partire anche, e non solo, dalle dettagliate analisi di intellettuali del calibro di Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini e Antonio Gramsci, mentre queste vengono ritenute, a torto e in maniera non sempre disinteressata, antiquate e sorpassate. Non fosse altro per la constatazione che l’economia e la geopolitica hanno proprio nel passato la matrice per capire il presente e il futuro.
Chi non ne vuol tenere conto rischia analisi parziali, circoscritte, persino viziate da pregiudizi e pulsioni ideologiche devianti, probabilmente atte a non ostacolare le grandi manovre del neo-capitalismo, ovunque imperante.
Vincenzo Concilio, sul blog citato, parla apertamente di queste tematiche con la sicurezza di chi padroneggia la materia e sulla globalizzazione in atto ci lascia un dubbio: crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra diverse aree del mondo o neocolonialismo?
Il dubbio si può risolvere partendo proprio da Gramsci: già nel 1916 scrive che “il capitale va a trovare le forme più sicure e redditizie di impiego…”. Non è forse così ancora oggi? Visto che nell’ultimo anno 160.000 meridionali hanno lasciato la propria terra e quel rischio di desertificazione del Mezzogiorno annunciato circa 100 anni fa sta diventando realtà.
In questo momento, più di un secolo fa, fenomeni migratori diffusi e desertificazione di intere aree arretrate, compreso il Mezzogiorno d’Italia, attestano in maniera inconfutabile che la globalizzazione in atto è la nuova forma di neocolonialismo, in cui le logiche imperialistiche restano la maniera più efficace di sviluppo del sistema capitalistico, che continua ad aver bisogno di territori da sfruttare per alimentare l’accumulazione e la rendita capitalistica.
Le “due Italie” vanno ancora intese in questo senso, basta guardare agli ultimi trattati commerciali con l’estero dello Stato. E anche il “baricentrismo”, frutto del colonialismo regionale di cui parla Concilio, ha la sua ragione d’essere in queste logiche, che nulla lasciano ai territori, alle comunità, al diritto alla salute e all’ambiente.
Al vecchio blocco politico-sociale, prima liberale poi fascista, sconfitto solo dopo l’ultimo conflitto mondiale, se ne sono sostituiti altri che hanno assunto nella stessa maniera la direzione dell’economia. L’ultimo, sorto 25 anni fa, ha portato il divario nord-sud, grazie alla Lega Nord al potere, a livelli mai raggiunti prima, centralizzando l’economia con un meccanismo capitalistico rigido che ci ha impediti non solo di crescere, ma persino di tutelare il nostro territorio e di difendere la nostra salute. Certo, in tutto questo c’è la responsabilità della classe dirigente meridionale, che risulta però essere solo l’altra faccia du una stessa medaglia.
L’analisi di Concilio è lucida: “ Il manifestarsi del capitalismo nel suo aspetto imperialista colonialista non avviene solo tra paesi diversi, ma anche all’interno di un solo paese. Lo schema internazionale di sviluppo-sottosviluppo è riprodotto a livello nazionale fra regioni e settori economici”.
Questo blocco politico ed economico non solo ha allargato il divario tra le “Due Italie”, ha creato frizioni e contrasti anche all’interno delle stesse regioni svantaggiate. La questione del disimpegno di Trenitalia da Foggia è solo uno dei tanti esempi a sostegno di una tesi da condividere. E non c’è alcun dubbio, proprio come afferma Geppe Inserra, che “dall’istituzione della Regione in poi, abbia avuto luogo in Puglia un processo che ha impoverito le aree più estreme…”.
Michele Eugenio Di Carlo

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