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Raramente un film mi aveva fatto sentire uno spettatore inadeguato come l’ultimo documentario di Antonio FortarezzaLe barche sono come i corpi: testimonianze di viaggio migrante.
L’ho visto oggi pomeriggio, nell’aula magna dell’Ateneo, dove l’opera del filmaker foggiano, prodotto con il sostegno della Caritas della diocesi di Foggia, ha introdotto i lavori dell’importante due giorni che il Dipartimento di Giurisprudenza dell’ateneo foggiano sta dedicando al tema Politiche migratorie, protezione internazionale e lavoro (ne parlerò in un un’altra, specifica lettera meridiana).
Non era la prima volta che Antonio mi sorprendeva, ma questa volta lo spiazzamento è stato totale.
Il documentario racconta – o più precisamente fa raccontare – le storie di donne ed uomini africani ospiti del Centro di accoglienza straordinaria di Foggia in attesa di essere avviati, se saranno fortunati, allo Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati del Ministero dell’Interno.
Il film ribalta la prospettiva con cui generalmente i media si occupano del problema: più che di sbarchi e di numeri, parla delle persone e del loro vissuto, delle ragioni che li hanno spinti a mettersi in viaggio, a rischiare la vita.
Alle spalle di tutti c’è la voglia, l’urgenza, la necessità di scappare, e non solo dalle guerre, quelle letali guerre africane di cui mass media occidentali si occupano poco o niente.
Si scappa anche dalla fame, dalla violenza sistematica esercitata dagli uomini sulle donne, costrette a sposare chi vuole il padre padrone, infibulate, oltraggiate nella loro dignità. Oppure si scappa semplicemente per cercare un altrove e un altrimenti. Per esercitare l’inalienabile diritto alla speranza di ogni creatura umana.
La forza del documentario di Fortarezza sta proprio nel suo “far raccontare” più che raccontare. Non c’è alcuna mediazione estetica tra la testimonianza in presa diretta e la macchina da presa, per lo più concentrata sul viso delle persone intervistate. Sguardi di donne e di uomini che incontrano lo sguardo dello spettatore, mai così impotente, mai così confuso.
Solo fatti, nudi fatti senza commenti ed opinioni. Ma tanto basta a mandare in frantumi tutti gli stereotipi sulla questione migranti: come la distinzione tra migranti forzati e migranti economici, o come l’idea che si tratti di un’emergenza, da affrontare con strumenti di emergenza o da derubricare a problema d’ordine pubblico.
Le migranti ed i migranti di Antonio Fortarezza parlano dritto al cuore. Commuovono. Spiazzano. E fanno intendere, chiaro e forte, che il problema non sono loro: il problema siamo noi.
I migranti interpellano le nostre coscienze, le mettono in crisi. E come succede con ogni bel film, Le barche sono come i corpi parla un linguaggio universale, capace di trascendere il tema in sé.
Non si tratta soltanto di accoglienza, di integrazione, ma della nostra vita, di come la viviamo. Delle nostre certezze e di come e quanto siamo disposti a metterle in discussione.
Mai come in questo film, lo sguardo dell’autore si colloca “ad altezza di occhi” come quello degli angeli sopra Berlino di Wim Wenders. Ma è per volare alto. Molto in alto.

Il solo punto di vista proposto da Fortarezza sta in una frase che apre e chiude il film, di padre Arcangelo Maira, missionario scalabriniano, da qualcuno definito come il caterpillar dell’accoglienza, per la sua capacità di scavare a fondo, e ricostruire: “Chi sono i nuovi evangelizzatori? Sono loro, i migranti.”
Padre Arcangelo e Antonio Fortarezza svelano l’altra faccia dell’accoglienza. Quella che non sospetti e che è la più vera.
Il documentario di Antonio Fortarezza è stato presentato in questi giorni in diversi momenti, promossi oltre che dall’Università degli Studi di Foggia, dalla Fondazione Apulia Felix e dal Festival del Cinema di Foggia.
Qui sotto, potete guardare il trailer.

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