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Si è spento qualche giorno fa Mario Nero, testimone di giustizia al maxiprocesso Panunzio che portò alla condanna di gran parte del clan mafioso che progettò ed eseguì l’omicidio di Giovanni Panunzio, imprenditore edile, la sera del 6 novembre 1992 a Foggia. La sua figura e il suo coraggio civile vengono raccontati dal regista Antonio Fortarezza, che lo ha conosciuto bene, intervistandolo a lungo nel film La città Ideale. L’immagine che illustra l’articolo è un fotogramma dell’opera di Fortarezza, di cui potete rivederne il trailer, cliccando qui

Una testimonianza intensa e toccante, quella del regista, che fa piena luce sulla grande lezione morale che la storia di Mario Nero lascia alla nostra comunità. 

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Conobbi Mario Nero a Bergamo, in occasione di un evento pubblico organizzato dall’Associazione Giovanni Panunzio, su mafie e infiltrazioni mafiose al Nord. A conclusione dell’evento concordammo di incontrarci il mattino successivo per raccontare la sua storia. Non se ne fece nulla perché decise di ripartire la notte stessa.

Da quando uscì dal programma di protezione per testimoni di giustizia Mario pianificava le sue permanenze in Italia evitando di condividere con chicchessia percorsi e destinazioni, i suoi spostamenti erano quindi imprevedibili e improvvisi, non si fermava mai più di 24 ore consecutive in una stessa località. Il clan che lo ha sempre perseguitato non gli ha mai perdonato lo sgarbo (l’infamia direbbero i suoi persecutori e la claque intrisa di sottocultura mafiosa che li avvalla) di aver testimoniato nel processo nel quale fu condannata buona parte dell’organizzazione criminale responsabile dell’omicidio Panunzio.

Da anni viveva come un apolide, spostandosi fra un continente e l’altro. Negli ultimi tempi cercò di rimanere stabilmente in Italia con la sua nuova famiglia. La precedente rimase travolta dal grumo di macerie composto di paure, incomprensioni, patimenti, pentimenti e risentimenti. Cadde rialzandosi più volte, pur schiacciato fra il martello di una mafia livorosa, che non ha mai dimenticato l’affronto, e l’incudine di un vuoto legislativo che gli impedì per molto tempo il diritto ad una vita comunque dignitosa.

Amava i cani, che gli permisero di vivere e aiutato a sopravvivere nei momenti più bui. Fino al 13 gennaio 2021.

Una bellissima e conosciuta frase di Paolo Borsellino recita così: “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. È vero, ed è una frase traboccante di senso civico e coraggio, e Mario di senso civico ne aveva a dismisura. Ma il coraggio, che nel suo caso aveva la sua ragion d’essere appunto nel radicato senso civico, si misura proprio con la capacità/possibilità di saper/poter imbrigliare la giustificabile e umanissima paura. Quanto più è attuata malgrado la paura, tanto più la scelta compiuta sarà stata coraggiosa, carica di valore civico ed esempio verso la comunità beneficiaria della scelta.

Per Mario, imbrigliare la paura sarebbe stato possibile creandogli intorno uno spazio vitale sufficientemente tranquillo per poter proseguire, seppure con margini più limitati, una vita sicura, condizione che avrebbe potuto evitare la disintegrazione del suo nucleo familiare. Per lunghi anni non fu così, dovette subire, insieme alla famiglia, le conseguenze del totale vuoto legislativo a salvaguardia dei diritti di chi testimoniava su delitti di mafia, anzi la figura del testimone di giustizia non era stata ancora neanche concepita. Il programma di protezione adottato verso chi per senso civico decideva di testimoniare era sostanzialmente identico a quello per i collaboratori di giustizia: cioè ex affiliati alle organizzazioni criminali, i cosiddetti “pentiti”. Fu molto merito della sua forte determinazione se il 13 febbraio 2001 venne finalmente varata la prima legge a favore dei diritti dei testimoni di giustizia. Quella vittoria gli fece molto bene, recuperò parte di quella salutare autostima che aveva perso per strada e rinfocolò il desiderio di provare a riprendere il controllo della sua vita, malgrado i rovesci sul versante familiare.

Mario, lo scrivo con riluttanza e con estrema amarezza, è da quel 6 novembre che ha cominciato a morire, ogni giorno. Con la limitazione della libertà di movimento a volte incomprensibilmente rigida; con la perdita del suo lavoro e dei suoi beni; con la difficoltà di cura per sé stesso (era affetto da croniche patologie) e i suoi cari; con la privazione dell’identità anagrafica attraverso il ritiro dei documenti di tutti componenti della famiglia; con il devastante straniamento causato dai periodici cambi di identità; con il senso di colpa verso i suoi cari, causato da una scelta non condivisa che fu alla base della conseguente rottura matrimoniale; con il sostanziale azzeramento di relazioni amichevoli con un qualsiasi prossimo; con lo stigma antimeridionale di un ottuso e mai estinto provincialismo nei luoghi in cui periodicamente la sua famiglia veniva trasferita; con la totale mancanza di empatia di chi aveva il dovere di proteggerlo; con l’incapacità dello Stato, in quegli anni, di comprendere l’importanza di preservare i diritti di chi sceglieva di testimoniare; con il totale oscuramento, per molti anni, della sua persona da parte di quella porzione di città nel migliore dei casi indifferente quando non omertosa, compiacente o pienamente connivente, che assecondò di fatto l’espansione dell’economia mafiosa, quella stessa porzione di città che invece avrebbe dovuto farsi carico dell’obbligo morale di riconoscere il valore del gesto compiuto e di conseguenza proteggerlo, coccolarlo quasi.

A questa Foggia colpevole se ne affiancava un’altra, abulica, che ha continuato a guardarsi l’ombelico, per molto tempo ancora, prima di cominciare ad aprire gli occhi, guardarsi intorno e accorgersi di cosa stava diventando la città. E a chiosa finale, cosa che fece particolarmente male a Mario, c’è da aggiungere la sostanziale assenza di un doveroso e mai pervenuto riconoscimento pubblico da parte delle istituzioni cittadine.

Da quel 6 novembre 1992 sono passati 28 anni, attraversati tutti controcorrente, perdendo più volte la presa della speranza ma sempre recuperando con commoventi e orgogliose reazioni, costantemente proteso verso l’approdo ad una anelata normalità. Ma 28 anni così corrodono prima del tempo e il suo corpo non ha retto.

Oltre che per Nicola Ciuffreda, Giovanni Panunzio, Francesco Marcone e tanti altri che si sono opposti alla mafia, abbiamo un debito di riconoscenza anche verso Mario Nero. Anche a lui lo si deve se oggi la città sta cominciando a far sentire la sua voce e se è attraversata da nuovi sentimenti, anche a lui lo si deve se la società civile sta crescendo in consapevolezza facendosi sentire contro il malaffare, e ponendosi come agente aggregante delle istanze della comunità. Anche a lui lo dobbiamo se lo Stato ha affinato alcuni degli strumenti per opporsi e rompere l’assedio mafioso nei territori, anche quello di Capitanata. A lui, almeno ora, dobbiamo tutto l’affetto che gli è venuto a mancare giorno dopo giorno, da quando cominciò il suo personale calvario.

Sì, Mario è un esempio per tanti, ma non facciamo l’errore di considerarlo un eroe con tutto il carico di vischiosa ambiguità che comporta farne l’ennesimo santino ad uso di chi vuole stare ancora in disparte o di chi, più o meno consapevolmente, tende ad esorcizzare il suo esempio, allontanando in questo modo da sé il dovere di fare proprio il portato morale ed etico della sua esperienza. Già prevedo, inoltre, tentativi di usare il suo nome per retorici e ruffiani tornaconto personali o di schieramento. Sarà più facile manipolare la sua storia, ora che ormai non c’è più.

Mario voleva essere uno come tanti, come noi, con il desiderio di una vita normale, di fare l’eroe non ne aveva proprio voglia, ma comprese che una vita normale, soprattutto in un difficile contesto come quello della provincia foggiana, è possibile soltanto prendendo posizione a favore del bene comune e di una legalità giusta, scevra da soprusi e sopraffazioni, facendo la propria parte quando necessario, dai grandi fino ai piccoli gesti di civiltà fatti di rispetto della legalità. Come partigiani del bene comune.

Mario Nero lascia in eredità alla comunità, alla quale si è sempre sentito di appartenere, la sua storia personale. Sta a noi non sciuparla, farla nostra, darle senso e farne esempio di civile prassi quotidiana.

Antonio Fortarezza

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