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Ennio Tangrosso rilancia. E dopo l’articolo, pubblicato la
settimana scorsa su Affari Italiani, e ripreso e commentato da LettereMeridiane, sui guasti provocati dall’assalto selvaggio dell’imprese produttrici
di energie al paesaggio e all’economica della provincia di Foggia, fa adesso i
conti con l’impatto che tutto ciò ha avuto sul modello di sviluppo della
Capitanata.
L’articolo (qui la versione integrale) è stato pubblicato, di
spalla, nella home page del maggiore quotidiano on line, assieme all’analisi diLettere Meridiane sulla banca dati del Ministero dell’Ambiente, dalla quale si
evince chiaramente che negli ultimi decenni, a livello di investimenti e di
grande progettualità, in provincia di Foggia si è mosso soltanto il comparto
energetico. Ma – questo il punto – con ricadute del tutto insignificanti sia
sotto il profilo occupazionale, sia sotto quello economico.
È lo stesso argomento affrontato da Tangrosso nel suo
secondo articolo, intitolato Energia, storia ed errori si ripetono. L’autore
ritiene che quanto accaduto nelle Colline Daune sia un caso di scuola,  “poiché emblematicamente rappresentano uno
dei luoghi della contraddizione sostanziale tra risorse locali, aspirazioni
territoriali e politiche di speculazione di stampo sviluppista. Non a caso le
colline della Daunia sono il luogo più “infestato” di Pale Eoliche, e
ultimamente oggetto delle mire più bieche e spudorate degli installatori di
campi fotovoltaici.”

Tangrosso si chiede, quindi, con quanta consapevolezza gli
intellettuali del territorio abbiano vissuto questo processo, chiamando dunque
direttamente in causa il modello di sviluppo, o più precisamente la percezione,
l’autocoscienza dello sviluppo, da parte dell’opinione pubblica: “Gli
intellettuali dauni, per la maggior parte, si iscrivono al gruppo di pensatori
che crede che la Daunia sia un posto periferico e marginale, potenzialmente
ricco di molte e variegate risorse, ma sostanzialmente depresso poiché privo di
attenzioni politiche, provvidenze statali, investimenti privati, attività
produttive stricto sensu (capannoni, industrie, opifici, attività commerciali,
etc.), insomma un posto che la “modernità” non ha esitato a denominare
“sottosviluppato”. La Daunia, a detta dei nostri pensatori, è uno di quei
luoghi, mai diventato Milano, mai diventato Nord, mai diventato Occidente,
(Franco Cassano docet), anche se le evidenze geografiche dicono il contrario.
Infatti, se siamo Napoli, Bari, Palermo perché avremmo dovuto diventare
Vicenza, Varese o Torino? Se siamo Sud perché dovevamo travestirci o diventare
Nord?  Misteri del “libero mercato”. “
La critica di Tangrosso a questa idea dello sviluppo è
pesante, addirittura feroce. Secondo l’autore, 
si è svenduto il territorio proprio in omaggio a questa distorta
concezione della crescita: “Mentre il modello industriale/produttivistico va
rapidamente verso il suo epilogo, e gruppi sempre più folti di scienziati
sociali ed economisti, in tutto il mondo, si ingegnano a pensare modelli
alternativi (vedi quelli latino americani), i pensatori “nostrani” si dannano
per avviare una qualsiasi forma di sviluppo”.
“In tutto questo bel pensare – incalza l’autore -, l’ultima
chimera è rappresentata dal business delle energie alternative: eolico,
fotovoltaico, biomasse. Un ennesimo specchietto per le allodole: grandi
investimenti, occupazione, ricchezza, sviluppo, il sogno territoriale di un
futuro finalmente alla “page”, che si rivela come una ennesima “fregatura”
ovvero una grandissima speculazione, perpetrata dai soliti noti (trust
finanziari internazionali, multinazionali dell’industria)  a danno degli ingenui, speranzosi ed
incantati “sottosviluppati meridionali”. La solita polpetta avvelenata buttata
ai “cani” (in questo caso i possessori di terreni agricoli), neanche tanto
affamati, quanto solo avidi di ricchezza. Infatti, il sogno si è immediatamente
trasformato in un presente micragnoso e imbarazzante, con poche briciole
distribuite agli aspiranti nuovi ricchi, a fronte di nugoli di “peones”,
delusi, “impapocchiati”, sedotti ed imbrogliati dalle “belle sirene”
paraecologistico-energetiche.”
“In sintesi – chiosa Tangrosso -, una fortuna per le società
istallatici dei campi energetici (titolari dei certificati verdi, beneficiari
dei ricchissimi contributi statali e legittimi proprietari della produzione
energetica), una iattura per il territorio e per la salute delle comunità
locali.”
Ma dove porta l’idea dello sviluppo purchessia? Il bello,
anzi il brutto, è che nessuno può ancora rispondere a questo interrogativo,
perché il costo concreto di un modello di sviluppo può essere valutato soltanto
dopo un certo, e spesso lungo, lasso di tempo. La storia economica del nostro
Paese è ricca di fenomeni e vicende che dovrebbero indurre a ripensare
attentamente il rapporto costi benefici di certe scelte economiche e
produttive: “Quello che è successo 50 anni fa a Taranto, Gioia Tauro, Mestre,
Porto Torres, – conclude Ennio Tangrosso –  non è molto dissimile da quello che sta
succedendo adesso sulle Colline Daune e in altre zone limitrofe. Quando si
iniziarono a costruire i grandi complessi industriali tutti colsero i vantaggi
e ne declamarono le opportunità e le fulgide fortune solo pochi paventarono i
pericoli e i potenziali disastri futuri.”
Tocchiamo ferro, ma lo stesso potrebbe accadere a noi. Al
danno, spesso si aggiunge la beffa.
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