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Giuseppe
D’Addetta
è stato tra gli intellettuali garganici più attenti alla
valorizzazione del promontorio, e tra i più abili a raccontarne le millenarie
radici. Nato a Carpino nel 1899, ha scritto molti libri sulla Montagna del
Sole, ed è stato tra i primi ad intuirne il potenziale, battendosi tenacemente per superare i localismi e i campanilismi, e privilegiando la narrazione
del Gargano come unicum.
Ne è
splendida testimonianza il racconto che pubblichiamo di seguito, che ho trovato
in uno dei primi numeri da La Tribuna di
Foggia
, settimanale di ispirazione democristiana che si pubblicava negli
anni Cinquanta. 
D’Addetta fu molto attivo come scrittore e come giornalista.
Fondatore del periodico Rinascita Garganica, ebbe il merito di rilanciare la
pubblicazione de Il Gargano Nuovo.
Ogni
cent’anni racconta la leggenda di Pizzomunno (che nella novella viene chiamato
con il nome più antico di Pizzimunno) e Vesta. Una storia di rara delicatezza,
resa ancora più struggente dalla notevole capacità letteraria di Giuseppe
D’Addetta, che si spense a San Menaio, nel 1980. Buona lettura. (g.i.)

Ogni
cent’anni

di
Giuseppe D’Addetta
Era
buio sul mare, quella notte ormai lontana. Ed era tutto silenzio e  mistero.
Mormorava
solo l’acqua che la prora spartiva, e la grande vela arancione della paranza
qualche volta batteva sgonfia per il cessare della brezza.
Tacevamo,
stretti seduti a prua, sognando la luna bianca nella notte nera, mentre
ascoltavamo i battiti dei cuori vicini che si sentono quando intorno è quiete e
nell’animo garrisce la giovinezza.
A
poppa, il marinaio di mezza età che governava la barca s’indovinava dal
chiarore che arrossava l’apice della pipa ad ogni boccata di fumo, Neanche lui
parlava; taceva con noi e con la notte.
La
mia compagna mi si strinse di più.
– Hai
paura?
– No;
ma vorrei scendere a riva, guardare da terra questo buio misterioso che pesa
sull’acqua,  temerlo ancora di più e poi
provare più forte la sensazione di andare incontro all’ignoto quando
riprenderemo il mare.
La
vela fu spostata e docile la paranza, dopo qualche minuto,  si arenò con la chiglia.
La
riva era ciottolosa; un taglio quasi perpendicolare mostrava appena
nell’oscurità il candore della costa alta, da dove s’affacciavano le chiome dei
pini che s’intravedevano soltanto come schermi forati dalla lucentezza delle
stelle.
Camminammo
un po’; la ghiaia scricchiolava sotto i nostri passi, con uno stridio che nella
notte s’incupiva. Poi ad un tratto ci si parò davanti come un enorme fantasma
bianco, una roccia alta, conica. alla cui base mormoravano le ondine in una
carezza lieve che cessava e riprendeva, c schiumava appena nell’infrangersi ai
piedi del faraglione.

Lontano,
su Vieste, un chiarore rossastro interrompeva il buio che avvolgeva terra e mare.
Tornammo.
Il
barcaiuolo cl attendeva sulla riva, con le mani congiunte sul dorso e la pipa
spenta fra le labbra Ed a lui chiedemmo cos’era quella roccia alta che nella
notte ci era apparsa come un enorme fantasma bianco, immobile vedetta a guardia
sul mare. Scorgemmo appena l’incresparsi delle guance in un breve sorriso.
mentre il marinaio ten- . tennava la testa dall’indletro in avanti quasi ad
esternare un grave pensiero che in quel momento gli serrava il cervello
Poi
disse: È una storia lunga e dolorosa e potrebbe anche sembrare una favola se
qualche vecchio pescatore non assicurasse che. quanto si narra, è vero perché
se ne è accertato personalmente. Andiamo a sederci sulla barca e ve la
racconterò.
L’acqua
ci sembrò più fredda quando.abbordammo la paranza. coccolata dalle piccole onde.
La vela era ammainata; l’albero si sperdeva nel buio Dalla poppa cominciò a
giungere u pruu. la voce cupa del barcaiuolo, che nel silenzio assumeva alle
volte tonalità strane, quasi uscisse dal fondo del mare. E la voce strana
diceva
• • •
Qui
siamo sul limite estremo del Promontorio, dove la terra maggiormente s’insinua
nel mare Quel faraglione si chiama Pizzimunno ed è davvero un fantasma come a
voi è sembrato, anche se di pietra.
La
piccola rada di Vieste – voi lo avete visto – è sbarrata da uno scoglio lungo e
basso, battuto ora dalle sciabolate luminose del faro.
Vieste
è un’antica cittadina che – dicono – fu fondata da Noè su questa piccola rada,
dopo il diluvio universale. E non v’era ancora a rimirarsi nel mare, al tempo
in cui avvenne la storia che vi narro. Al suo posto, poche capanne si
sperdevano fra i pini.
In
una di quelle capanne, aggrappate al dorso del colle da dove le mura nere dello
sbrindellato castello guardano ora il mare, viveva la più bella fanciulla di
tutto il Gargano. Era più bella del sole quando sorride all’aurora, della rosa
quando schiude all’alba la sua prima corolla. Dicono che si chiamasse Vesta e
che di lei anche i fiori fossero innamorati tanto grande era la sua bellezza. E
quando Vesta passava, si aprivano tutti per profumarle l’aria che respirava.
Vicino
alla riva, in un’altra piccola capanna che le onde bagnavano durante l’alta
marea e davanti alla quale s’arenava la barca nei giorni di burrasca, abitava Pizzimunno,
un pescatore dalle membra perfette e vigorose, tutto il giorno in mare. E
quando l’acqua era trasparente. Pizzimunno scorgeva sul fondo visi bellissimi
di donne, mentre canti maliosi cominciavano a serpeggiare nell’aria. Poi. come
quei visi s’innalzavano fino al pelo delle onde, il canto s’irrobustiva e la melodia
s’avvicinava. E durava a lungo. conturbante, mentre dal mare uscivano a mezzo
busto bellissime ragazze bionde e brune che sorridevano al pescatore tutt’intorno
alla sua barca. Di tanto in tanto cessava il canto e voci carezzevoli
invitavano Pizzimunno a scendere negli abissi del moro dove l’attendeva un
regno fiabesco e tutto il loro amore. Sarebbe stato il loro signore, le avrebbe
prese tutte o soltanto quelle che desiderava e quando le volesse. Felici anche
le altre di poterlo guardare soltanto, di una sua carezza, di una sua parola. E
gli avrebbero donato la loro stessa immortalità, con il loro amore eterno.
Ma
Pizzimunno amava Vesta ed alle sirene rispondeva che la sua amante era sempre
la più bella e nessuna di loro reggeva al suo confronto E una carezza di Vesta
valeva tutta l’eternità che esse volevano donargli.
E
quando a sera ritornava nella rada, Vesta l’attendeva sulla spiaggia per salire
sulla sua barca ed andare insieme sullo scoglio piatto che chiude la cala, soli
con il loro amore a cui il mare cantava la sua canzone senza fine.
Illividivano
le sirene quando. nelle notti di luna, scorgevano sullo scoglio gli amanti. E nei
giorni successivi, più dolci erano le loro voci ed i loro canti, più
promettenti i loro sguardi, più tentatori i loro sorrisi nell’ansia di
conquistare il bel pescatore. Il quale un giorno disse loro:
– No,
sirene, io amo il mare, i vostri canti che ripetono le onde quando voi non ci
siete, tutto l’oro del sole fra il turchino che circonda la mia solitudine. Ma
amo di più Vesta che nel suo corpo incatena il sole, che ha negli occhi il
glauco delle onde, e tutte le vostre bellezze nella sua. Siatemi sorelle nella
sconfinata solitudine marina ma amanti no perché solo Vesta io amo.
Allora
le sirene lo minacciarono. Ed egli rise perché non cosi, con le minacce,
sarebbe finito il suo amore per Vesta; né il suo cuore lo avrebbero mai avuto loro
E Vesta lo avrebbe amato sempre, anche fantasma, oltre la vita.
Le
sirene allora si consultarono. Non potevano sopportare che un misero e mortale
pescatore si ridesse di loro, ed una fanciulla terrena le vincesse in amore;
vincesse loro, le ammaliatrici a cui nessuno aveva mai resistito
E
dal consiglio di tanta gelosia. venne fuori una sentenza terribilmente crudele
che nell’eternità avrebbe fatto soffrire i due amanti.
Tacque
per un momento il marinaio
Nella
notte scura spirava appena un alito di vento. La barca era immota sull’acqua;
il mistero aveva ansie e palpiti sospesi
• • •
– Vesta,
solo tu sei tutta la mia vita, sussurrò una notte sul io scoglio Pizzimunno. a
conclusione dell’ultimo racconto delle lusinghe delle sirene e delle loro
minacce.
– Pizzimunno,
ho paura. Sento che qualche cosa di molto grave pesa sul nostro destino.
La
voce di Vesta era flebile, accorata.
La
luna guardava, alta nel cielo; la terra e il mare sorridevano al suo argento
senza calore. Sullo scoglio solitario si ripercuoteva il fremito delle onde.
Ad
un tratto un canto dolce s’intese e pareva lontano.
Pizzimunno
rise credendo ad un altro tentativo delle sirene in presenza della sua amante.
Vesta si rifugiò nelle sue braccia; tremava.
S’avvicinava
sempre più il canto.
Non
da lontano ma dalle onde ora sgorgava e saliva su dal fondo, lento ma sempre
più vicino. E quando fu da presso, divenne più dolce ed intenerì gli amanti che
immobili ascoltavano, con gli occhi fissi sul mare.
E
non si accorsero che delle sirene erano alle spalle di Vesta.
Ad
un tratto la fanciulla fu stretta da catene ed uno strappo forte la fece cadere
In acqua mentre il giovano, come pietrificato, guardava il gorgo che brevemente
ribolli sulla testa dell’amata. Poi si riscosse e si tuffò quasi a raggiungere
il fondo.
Sghignazzava
ora il canto lontanando e Pizzimunno lo seguiva a nuoto nella speranza di
raggiungere Vesta.
Poi
si sentì sfinito ed ogni movimento gli fu impossibile.
L’alba
che segui vide sulla riva quella roccia alta e bianca che a voi è sembrata un
fantasma. Da quella notte Pizzimunno non è più apparso nella rada.
Vesta
fu trascinata lontano, negli abissi marini. E i suoi occhi lucenti di pianto,
videro un regno fiabesco, antri splendenti che si susseguivano all’infinito con
volte frastagliate di madreperla, dei quali un mare turchino e trasparente
formava il pavimento. E da quel pavimento le sirene uscivano a mezzo busto,
bellissime nel volto e con negli occhi un odio terrificante. E beffavano Vesta,
la bella del mondo, e la invitavano ad invocare il suo Pizzimunno perché
venisse a riprenderla.
Poi
Vesta senti che i piedi le diventavano di ghiaccio E il ghiaccio salì pian
piano su fino al capo; ed al posto di quella fanciulla bella come il sole, la
più bella che mai abbia visto il Promontorio, si formò una stele di corallo
rosa intorno alla quale le sirene sarabandarono.
Si
fermò ancora il marinaio nel suo dire.
La
mia compagna emise un profondo sospiro come a liberare il cuore da un incubo; e
con le mani strinse forte il mio braccio perché temeva le sirene in quel buio
che il racconto del barcaiuolo rendeva più misterioso.
E il
marinaio riprese:
Nessuno
sa con precisione dove sia il regno fiabesco delle sirene negli abissi del
mare. Tutti però dicono che si trova fra le Tremiti e la costa garganica. E la
stele di corallo rosa in cui Vesta è trasformata,  dal suo apice goccia sempre lacrime mentre una
catena di cento maglie la tiene assicurata ad una grande colonna che sorregge
la volta. Le lacrime cadono come perle fosforescenti sull’acqua azzurra che
circonda la stele rosa e si ammucchiano alla sua base cerne a formare il
piedistallo Ma se una sirena le tocca, si liquefanno e tornano stille di acqua
nell’acqua
Ed
anche la stele di corallo ridiventa Vesta e il faraglione ridiventa Pizzimunno
se una sirena li accarezza. E non vi è pianto più accorato di quello dei due
amanti quando riprendono spoglie umane.
Da
questo pianto le perfide sirene sono state impietosite ed hanno deciso di far
rivedere gli amanti ogni cento anni, su quello stesso scoglio dove vissero
l’ultima notte d’amore. Ma è pietà la loro o una più grande perfidia se
l’attesa di un secolo non è che un tormento senza fine per le anime di quei
corpi irrigiditi? Perché neanche le anime possono ricongiungersi avendole, l’incantesimo,
per l’eternità legate alla materia.
Così
ogni cento anni Vesta e Pizzimunno si ritrovano sullo scoglio piatto che chiude
la rada ed è folle la loro gioia in quella notte che trascorrono insieme
Ma
nessuno riesce a fuggire verso la terra dove le sirene non potrebbero
raggiungerli. La catena dalle cento maglie si tende e il mare inghiotte di
nuovo Vesta mentre Pizzimunno guarda ancora come inebetito il gorgo che ribolle
Poi comincia a nuotare seguendo il canto delle sirene e si rinnova l’incanto
sulla riva che ci è vicina; lì si riforma il faraglione, gigantesco fantasma di
pietra bianca
E
che questo accada, lo hanno assicurato vecchi pescatori i quali inutilmente in
una notte hanno cercato il faraglione senza trovarlo. Eppure conoscono la riva
palmo a palmo.
Ma
nessuno riesce a ricordare la data in cui l’incantesimo di Pizzimunno
s’interrompe. Si sa solo che la notte è buia, con poche stelle, nella calma più
assoluta del mare.
– Potrebbe
anche essere questa notte, disse la mia compagna.
– Si
potrebbe essere, rispose il pescatore
E
con un remo spinse sul fondo per disincagliare la paranza dalla sabbia fine in
cui la chiglia si era arenata.

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