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Già autrice di commenti che hanno innescato discussioni e riflessioni feconde, Teresa Silvestris torna sulla questione meridionale, con una nota ragionata e ricca di ulteriori stimoli. Teresa mette il dito nella piaga, o, più precisamente, nell’altra faccia della questione meridionale, quella che chiama in causa direttamente la classe dirigente meridionale e le sue responsabilità, la sua (problematica) capacità di governare positivamente i processi di sviluppo del territorio, senza della quale – visto anche il persistente contesto di divario che penalizza il Sud – si è fatalmente condannati al sottosviluppo.
Un contributo apprezzabile, anche per il tono accorato, che tradisce una reale volontà di discussione e di partecipazione. Ringrazio sentitamente l’autrice. (g.i.)

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Gentilissimo Direttore,
in questi giorni ho seguito con molto interesse il dibattito sorto su Lettere Meridiane in seguito alle riflessioni di Michele Eugenio Di Carlo riguardo ai finanziamenti destinati all’Italia meridionale. Tale dibattito, nel quale ho avuto l’onore di essere coinvolta, è andato in una direzione che mi ha permesso di meditare su ulteriori aspetti della famigerata questione meridionale.
La questione meridionale esiste, certo che esiste. Ne siamo fin troppo consapevoli, contrariamente a quanto immaginato da Di Carlo, e nessuno è qui per tacitare nessuno. Anzi, personalmente credo se ne debba parlare partendo però dalla considerazione che il problema è “interiore” e che se non si deciderà di agire dall’interno nessun finanziamento esterno, neanche miliardario, potrà mai risolverlo.

Ho letto i contributi di Giovanni Passiante, dello stesso Di Carlo e di Vincenzo Concilio. In un mondo sempre più globalizzato, relazionato, connesso, il Sud Italia discute ancora di confini, linee di demarcazione ma soprattutto di divisione. Trovo sintomatico il solo fatto che nel terzo millennio, all’interno di un panorama del genere, ancora si discuta su come ripartire e non su come unire.
Mi chiedo quando questa nostra terra rinuncerà alla visione spezzettata dei propri territori e delle proprie risorse e gli intellettuali ci faranno dono di disquisizioni al passo coi nostri tempi che sono tempi in cui non si può sperare di vivere o anche solo di sopravvivere con l’espediente della recriminazione.
Mi è capitato, sempre in questi giorni, di sfogliare l’Elenco Anagrafe delle Opere Incompiute della Regione Puglia, pubblicato il 30 giugno u.s. e relativo all’anno 2016. Ottantotto cantieri in totale, ventuno solo nella provincia di Foggia. C’è di tutto: infrastrutture, scuole, case, strutture per anziani e giovani, interventi di ristrutturazione, riqualificazione e bonifica. Una lunga lista di cifre e percentuali a dir poco imbarazzanti, colonne e colonne di NO alle voci “fruibilità opera” e seguenti. Oltre ai dati statistici, io ci ho letto quell’apparente dinamismo di presidenti, sindaci, assessori, consiglieri che ci raccontano di finanziamenti in pericolo, di treni che altrimenti potrebbero passare senza di noi, e un attimo dopo si ritrovano coi conti fatti male. È la logica del fare tanto per fare, per dimostrare “qualcosa”. E noi ci crediamo perché magari grazie a loro un nostro figlio inetto e arrogante ha ottenuto il migliore dei posti.
Mi perdoni, direttore Inserra, e mi perdonino i suoi lettori se mi esprimo in questi termini infelici, ma a volte il segreto della rinascita passa attraverso una spietata autocritica. Siamo gente scoordinata, inconcludente, senza progetti reali (e realistici), incapace di individuare le vere priorità e di cogliere le opportunità. Voi puntereste su questo genere di persone?
Teresa Silvestris

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