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«Nessun luogo avrebbe più diritto d’esser chiamato Monumento nazionale», scriveva nel 1934 Giuseppe Ungaretti, davanti allo spettacolo del Piano delle Fosse a Foggia. Il poeta era rimasto folgorato da quella che definì «strana potenza», emanata dalla  «piazza ovale che non finisce più, tutta sparsa di gobbe, sconvolta, secca, accesa di polvere».
A colpire Ungaretti era stato il valore simbolico, quasi archetipico, di quel posto: «Ho visto cose antiche, nessuna m’è sembrata più antica di questa, e non solo perché forse il Piano c’era prima di Foggia stessa, come fa credere la curiosa analogia fra “Foggia” e “fossa”, ma questo alveare sotterraneo colmo di grano mi riconduce a tempi patriarcali, quando sopraggiungeva un arcangelo a mostrare a un uomo un incredibile crescere e moltiplicarsi di figli e di beni. Nessun luogo avrebbe più diritto d’essere dichiarato Monumento Nazionale».

Della magia che incantò il poeta oggi non resta più niente o quasi. L’urbanizzazione selvaggia, i bombardamenti del 1943, la sopraggiunta inutilità delle fosse granarie provocata dai cambiamenti sostanziali intervenuti nelle tecniche di conservazione dei cereali, hanno radicalmente trasformato quel luogo, distruggendone la magia e l’incanto.
Da possibile monumento nazionale, simbolo dell’antica bellezza e dell’identità stessa di Foggia, il Piano delle Fosse è divenuto un monumento al degrado urbano, all’ignavia, alla damnatio memoriae che colpisce la città, annichilendo il passato, indebolendo il futuro.
Soltanto una fossa granaria era sopravvissuta al “progresso”, interrata sul marciapiede antistante la Chiesa Basilica di San Giovanni Battista. Adesso anche quest’ultimo vestigio, che dovrebbe avere il valore d’una reliquia, versa in una condizione di pietoso degrado.
Le fotografie, scattate un paio di giorni fa, rendono superfluo ogni commento. Il cavo della fossa superstite è del tutto invaso dalle erbacce, la cui crescita è stata agevolata dalla pesante lastra di cristallo che la chiude, e che amplifica l’effetto serra, dando via libera alla vegetazione spontanea.
Il cristallo che doveva servire a far vedere l’interno, è esso stesso rotto. Il restauro a suo tempo promosso dal Lions Club Giordano è stato completamente vanificato dall’incuria e dall’abbandono.
E non è tutto.
Non c’è una palina segnaletica che illustri e sottolinei l’importanza di quella fossa, testimonianza del grande passato di Foggia. È scomparso perfino il toponimo: oggi la piazza si chiama Piano della Croce. Se si cerca su Google Piano delle Fosse, la sola risposta che si ottiene rimanda ad un B&B, ubicato in via della Repubblica.
L’aspetto più amaro è che questa volta i vandali non c’entrano nulla. C’entra solo il disinteresse generale. Forse è anche per questo, per questo disamore che colpisce quelli che dovrebbero essere i simboli della città, che il presente è così squallido.

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