Print Friendly, PDF & Email

Leggo sempre con molto interesse i contributi e le lucide riflessioni di Franco Antonucci sulla Capitanata. Non vivendo più stabilmente a Foggia, ma in una città comunque vicina, come Pescara, ha la giusta distanza di sguardo per capire e commentare, senza lasciarsi coinvolgere più di tanto dalle passioni locali.
L’articolo che segue è espressione di questo sguardo partecipe e al tempo stesso distaccato. Un eccellente contributo al dibattito sul futuro della Capitanata che Lettere Meridiane si sforza di portare avanti, ma che si trova a dover fare i conti con le due correnti di pensiero, nitidamente individuate ed analizzate da Antonucci, in uno al ruolo, tuttora critico, della Regione Puglia verso la Capitanata.
Bisognerebbe ragionarne con serenità, oltre le passioni e le posizioni politiche ed ideologiche. Come si sforza di fare Antonucci. Ai cari amici e lettori di Lettere Meridiane la raccomandazione di un’approfondita lettura, e l’invito ad esprimersi sulle tesi esposte dall’autore. (g.i.)
[La foto che illustra il post, intitolata Rainy Day, è di Antonio Cibelli ed è dotata di Creative Common License]

* * *

Mi accorgo, leggendo letteremeridiane, che stanno nascendo due nostri punti di vista nettamente separati nella opinione pubblica dauna. Quasi due partiti avversi. Tra chi ritiene, da una parte, che la “marginalizzazione” della Capitanata dipenda da un perverso isolamento mirato, voluto da una politica regionale pugliese “bari”centrica. Che sembra voler emarginare l’intero comprensorio nord pugliese, per motivi strategici generali, a favore di un preponderante accentramento nel centro Regione, con promessa di effetto regionale diffondente per grazia ricevuta, o addirittura di chiusura preconcetta.
Un dominio “dedicato”, che è determinato anche da una Regione troppo lunga e variegata, che ha difficoltà a mantenere un’armonia coesa tra le singole parti, tra loro molto eterogenee. In Puglia ogni territorio è molto diverso dagli altri, più che altrove.

Dall’altra parte c’e chi individua nella tipica pigrizia e lassismo foggiano e provinciale il vero e unico motivo di stallo dell’intera Capitanata. Chi dorme non piglia pesci.
Si dà colpa anche agli “Enti intermedi”, indicando nella crisi delle Province una delle concause principali, anche se, poi, questo è solo un fenomeno recente.
D’altra parte, in regime ordinario il PTCP – Piano di coordinamento provinciale (LR Urbanistica regionale/2001) ha cercato di fornire una visione unitaria, con l’equivoco di uno strumento non del tutto indicativo in termini di programmi ed esigenze. Il PTCP è di diretta attuazione del DRAG – Documento regionale di assetto generale, in firma parziale di Piano di settore, nell’ambito specifico delle materie inerenti la protezione della natura, la tutela dell’ambiente, delle acque, della difesa del suolo, delle bellezze naturali.
Nemmeno il Piano strategico territoriale (Capitanata 2020), recepito dalla stessa Regione, è riuscito ad offrire scenari credibili di diagnosi e terapia di territorio. Al momento dei momenti più importanti di ridistribuzione delle risorse finanziarie regionali, la stessa Regione ha ritenuto insufficienti i Piani strategici (?), privilegiando i fantasmagorici  “progetti cantierabili” (????). I famosi “Parchi progetti cantierabili”, assurti a grimaldelli politici.
Ma i “progetti cantierabili”, senza coperture finanziare se pubblici, e/o equivoci se di iniziativa privata gratuita, non erano diventati indesiderabili agli inizi degli anni ‘90? Ovvero strumenti sotto inchiesta, come veicoli di operazioni di dubbia trasparenza?
I Comuni, dal canto loro, sono solo i gestori urbanistici del loro rispettivo territorio, con specifiche previsioni strutturali e programmatiche conformative circoscritte.
La conclusione è che la programmazione delle provvidenze territoriali ritorna ad essere solo esclusivamente regionale, con il metodo “a sportello”, ovvero con il massimo della “burocrazia difficile”, lasciando ampio e prevalente spazio alla politica territoriale.
La sporadicità delle finanziamenti nazionali ritorna comunque alla politica regionale di ridistribuzione delle risorse, e si torna daccapo.
Il caso del recente Masterplan del Sud è esemplare da questo punto di vista.
Il male è che la maggior parte di questi finanziamenti ritorna indietro per incapacità di fondo dei territori ad utilizzarli (e qui si ritorna alla debolezza strutturale interna), ovvero per ricorrente burocrazia, che gioca su tutti i campi. Burocrazia come meta-strumento politico a scale sempre più grandi.
Gli unici Fondi che dovrebbero garantire costanza di approvvigionamento territoriale organico-strutturale sono quelli comunitari, e sono gestiti a loro volta dalla Regione, con l’aggiunta della anzidetta burocrazia complicata, mezza necessaria per trasparenza e mezza diabolica per rendere difficile i processi ai soggetti e territori più deboli e fragili. Così i più bravi vincono sempre, i meno strutturati restano ultimi. Anzi sempre più ultimi.
Le complicazioni sembrano espedienti per lasciare più libero il campo alla politica.
Ma le Regioni non dovevano essere le Istituzioni che, oltre ogni incombenza territoriale vasta, dovevano essere le garanti di riequilibrio territoriale, in senso paritario sia pure nelle sue differenze? Evitando, viceversa le disparità economiche-strutturali, in ragione delle rispettive ed effettive risorse e vocazioni delle sue parti componenti? Soprattutto escludendo la marginalizzazione dei territori periferici, o anche perché meno strutturati sotto tutti i punti di vista?
L’azione regionale ri-equilibratrice deve tendere ad una politica essenzialmente pacificatrice e talvolta surrogatrice per livellare le criticità di sviluppo disparato. 
Venire meno a questa essenziale funzione regionale significherebbe tradire l’essenza stessa dell’Istituto regionale.
Tra l’altro, sminuendo la massimizzazione delle stesse prerogative delle Aree più forti, che per eccesso di accentramento non utilizzano al meglio le risorse che derivano comunque anche dai territori più marginali. La contestualità organica è di per se forza che si aggiunge.
La Capitanata possiede (possedeva?) dei formidabili “punti di forza”, originali se non unici, che la rendono forte in sé, ma tornano utili allo stesso ambito regionale, “centrale” o non, potendo determinare un organismo regionale ancora più forte di quello attuale. È recentemente le sono state tolte e ridotte alcune prerogative ad essa peculiari, facendo male alla Capitanata, non migliorando la situazione regionale complessiva.
La vocazione di Foggia-Capitanata-Cerniera, non è un’alternativa regionale in competizione, ma un vantaggio che “ritorna” alla stessa Regione per intero.
Si tratta (trattava?) delle poli-centralità e poli-nodalità speciali di Capitanata. Ferroviaria, portuale ed aeroportuale. Che sono state anche risorse storiche di grande rilievo, come eventi antichi di drammi e distruzioni belliche, con imponenti stragi di civili.
La medaglia guadagnata con il sangue sembra aver perso il suo valore. Surclassata da una competizione di supremazia irrazionale. Giustificabile solo in parte dal nuovo mondo della “globalizzazione” senza mezzi termini, che salta la fisicità dei singoli valori e territori identitari. E che ritornerà, invece, sui propri passi, anche se con nuova qualità. È solo questione di tempo.
E invece non abbiamo è non avremo più alcuni presupposti territoriali che erano e potevano essere fondamentali. Per noi e per gli altri pugliesi.
Non abbiamo più un grande nodo ferroviario di smistamento nord-pugliese, a scala vasta nord-orientale-meridionale. Non abbiamo più le Officine di grandi manutenzioni ferroviarie. Non siamo più un territorio a naturale vocazione aeroportuale, anche a servizio di grandi vocazioni turistiche e religiose uniche. Il Porto di Manfredonia è un elefante moribondo. Lo stesso Gargano diventa secondario nello stesso circolo turistico regionale, ovvero un comparto turistico chiuso in se stesso. Il comprensorio turistico del Subappennino dauno diventa un’Area sempre più interna. La grande vocazione agricola di Capitanata non è stata riconosciuta sufficiente per un’Autority alimentare nazionale, con effetti di rimbalzo negativo sullo stesso nostro settore agricolo. L’Università di Foggia sembra in bilico, in una specie di colonizzazione o sudditanza regionale centrale. E così via, e così via. La colpa è della prepotenza esterna, o solo nostra per disattenzione o disaffezione? Difficile dirlo e comunque qualsiasi risposta non sortisce risultati immediati.
Il nostro vero difetto è di certo la scarsa “reazione” agli eventi esterni. Troppe bastonate secolari ci hanno forse fiaccato e gli altri ne hanno approfittato.
I nostri due divergenti “partiti di opinione” locale sono tra loro concatenati. E fanno male a noi e allo stesso contesto regionale, che crede di aver raggiunto il massimo livello di efficienza possibile, anche a scapito di altri. L’uno è causa dell’altro e viceversa, e ciascuna posizione mantiene le proprie debolezze di fondo.
La necessità di un più deciso ed equilibrato “Piano di sviluppo regionale” resta comunque nelle mani della Regione, che non da segni di cambiamenti in merito.
Rimane allora la disparità tra “Aree forti” ed “Aree deboli”. I ritardi e le fragilità di quest’ultime aumentano.
Debolezze nella maggior parte dei casi “oggettive”: questioni geo-territoriali, debolezze economiche-produttive, difficoltà strutturali anche in termini di progettualità territoriale, altro. Ma poi attribuibili alla nostra volontà di “reazione”, unica speranza rimasta.
Eustacchiofranco Antonucci

Facebook Comments