L’articolo di Francesco Saggese è tanto eloquente, da non aver bisogno di preamboli o presentazioni. Vale tuttavia la pena di spendere qualche parola sul quel “dover riprendere parole già dette” che si legge nell’incipit. Vero. Sull’abbazia di Kalena e sull’urgenza di sottrarla all’irreversibile degrado cui sembra destinata si è detto e scritto già tantissimo. C’è chi, come Teresa Maria Rauzino, a questo obiettivo ha dedicato un pezzo importante della propria vita: immense energie intellettuali e morali. La società civile è del tutto sensibile su questo tema. Adesso è giunto il momento che la stessa sensibilità venga manifestata dalla politica e dalle istituzioni. (g.i.)

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Devo riprendere parole già dette, per esprimere ancora la rabbia che sussiste di fronte all’immenso patrimonio dellAbbazia di Santa Maria di Kàlena, sito nell’agro di Peschici, abbandonato ormai a se stesso da lungo tempo.

In questi ultimi giorni sono tornate a riaccendersi le luci su questo tesoro sepolto da anni e anni d’immobilismo, burocrazia, attese.

Attenzione che non è mai venuta meno da parte di chi vuole salvare (perché di un vero salvataggio si tratta) un tesoro appartenente alla storia del Gargano intero.

Ho seguito sempre con grande interesse la battaglia della studiosa del Centro Studi Martella, Teresa Maria Rauzino, sentinella sin dal 1997 di questa Abbazia, che instancabilmente e ammirevolmente, insieme a pochi altri, ha dato voce a ciò che non l’ha più, e cioè alla storia delle mura dell’Abbazia, degli altari, delle cripte, dell’abside, abbandonate all’incuria degli uomini e alla loro incapacità di trovare soluzioni.

E permettetemi qui di ringraziarla come cittadino, insieme a tutti gli altri che sostengono questo impegno, non da ultimo, Menuccia Fontana e Mons. Domenico D’Ambrosio, anche per il suo ultimo invito a “trovare insieme la forza e le ragioni per salvare Kàlena”.

Ecco, in quell’«insieme», in qualche modo a parere di chi scrive, ci siamo dentro tutti, il popolo del Gargano intero; e un popolo che si rispetti non abbandona la sua Storia, al contrario la custodisce prendendosene cura.

L’Abbazia di Kàlena rappresenta un pilastro della nostra Storia sin dall’anno 872; la sua voce correva su strade e mulattiere, che la collegavano a oltre trenta chiese in suo possesso, con le relative pertinenze e mulini, case, terre, oliveti, diritti di pesca su Varano, diritti feudali su Peschici e sul casale di Imbuti, mentre veniva contesa tra gli importanti monasteri di Tremiti e Montecassino.

E noi garganici a riguardo, che storia stiamo raccontando?

Quale storia vogliamo tramandare a chi verrà dopo di noi?

Più volte Kàlena ha scalato le classifiche del F.A.I., moltissimi i voti raccolti, ma non è bastato.

Questi che stiamo vivendo sono mesi difficili per tutti, il virus si è preso la nostra vita e sta facendo di tutto per togliercela o per cambiare le nostre abitudini sociali.

Ma c’è una cosa che non deve toglierci: si chiama partecipazione, incoraggiamento, il sogno che le cose possano cambiare, e tornare a splendere, a parlare.

Sopra ho scritto che l’Abbazia oggi non ha più voce: ma un tempo l’aveva, forte e vigorosa.

Ecco, per quello che posso, queste parole vogliono essere come una candela accesa, una mano sulla spalla, un sostegno alla sua voce.

Oggi, di quella che fu una tra le abbazie più antiche e più belle d’Italia, oltre che simbolo dell’arte dell’intero Gargano, sono rimasti solo dei ruderi, che il tempo e le assenze stanno lentamente ingoiando.

E credo che questo, noi, non dobbiamo permetterlo più.

Francesco A.P. Saggese

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