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La memoria produce storie, e storia. Custodisce l’identità. Svela e tramanda il genius loci. In tempi come quelli che viviamo è ancora più necessario e urgente raccogliere memoria, raccontare storie, sottraendole al rischio che la pandemia se le porti via. A tale impresa si dedicano da anni, con rara passione intellettuale e commovente tensione morale, Francesco A.P. Saggese e Pasquale D’Apolito, che stanno documentando passo passo quel monumento di memoria e di cultura popolare che è la settimana santa di Vico del Gargano. La grandezza del loro lavoro – testuale e audiovisivo al tempo stesso – sta nel fatto che non si tratta soltanto di una documentazione di stampo sociologico, pur importante. Saggese e d’Apolito raccontano e lasciano che si raccontino i protagonisti. Così la memoria diventa storia, e la storia, a sua volta, diventa bene comune.

Tutto ciò è ancora più importante, quando si tratta di storie, come quello svelata dall’arcano profumo che impregna il centro storico di Vico nella notte del Giovedì Santo. Storie che, come dice Saggese, non sono conosciute come meriterebbero, vivono solo per poche ore l’anno, affidando la possibilità di ripetersi alla tradizione.

Il racconto dell’amico e collaboratore di Lettere Meridiane, che non smetterò mai di ringraziare per il privilegio che ci concede, è accompagnato da un prezioso video di Pasquale D’Apolito (autore anche delle fotografie che illustrano l’articolo) e dello stesso Saggese, che potete guardare dopo il testo.

Un altro pezzo di storia e cultura della comunità vichese che viene sottratto al rischio dell’oblio, e diventa eterno.

Grazie davvero. (g.i.)

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La storia di un profumo nella notte del Giovedì Santo di Vico del Gargano

[con un video di Pasquale D’Apolito e Francesco A.P. Saggese]

Ci sono storie nascoste e per lo più sconosciute.

Storie che vivono poche ore, ma che si rinnovano di anno in anno, di memoria in memoria, in un percorso di cui non si conosce perfettamente l’origine e che si perde in un tempo sconosciuto; si muovono silenziose attraverso la buona volontà delle persone e lentamente entrano a far parte della tradizione di un paese.

Leonardo Fontana, detto Nardino, in una serata di fine marzo ci aspetta fuori dalla chiesa di San Nicola di Myra di Vico del Gargano, sede dell’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento di cui è confratello.

Davanti all’ingresso della sagrestia ha da poco sistemato un braciere e dei pezzi di legno.

Nardino vuole raccontarci una storia a cui è particolarmente legato e di cui si sente testimone. Comincia così a parlare, mentre taglia con cura la legna a cui darà fuoco per fare una brace.

Acceso il fuoco ci spostiamo nella sagrestia dove il racconto prende altri colori, altre forme, che vengono riposte una dietro l’altro su una piccola panca di legno.

In una pignatta versa un po’ d’acqua, un po’ di moscatello, taglia delle bucce d’arancio e di limone, aggiunge qualche fetta di mela cotogna, e poi bacche di ginepro e la cannella.

Ci spiega che sta dando vita a un profumo.

Preparato l’infuso, mette la pignatta sul braciere ardente, quindi la colloca dietro l’altare maggiore, alle spalle del Tabernacolo.

L’essenza sarà diffusa come incenso in questa chiesa, che si affaccia su piazza Castello nella notte del Giovedì Santo vichese.

Una notte che i per i vichesi non è una notte qualunque, perché oltre al Pianto della Madonna e all’apertura dei Sepolcri (Altari della Reposizione), le antiche Confraternite del paese recitano l’Uffizio delle Tenebre.

Nardino ci racconta di aver visto preparare questo profumo da Vittorio Loreto, sagrestano e confratello, ormai scomparso, che prima del rito dava vita a questo composto la cui fragranza si diffondeva in tutta la chiesa e nei vicoli adiacenti.

“Questo profumo – ricorda Nardino – era così particolare che anche la gente incuriosita ci chiedeva di cosa si trattasse”.

Nardino avverte il senso di questa storia semplice e antica, se ne sente testimone e ci dice che farà il possibile per farla vivere ancora.

L’incenso si diffonde in tutta la chiesa, il suo è un profumo antico, di altri tempi, quando si faceva tutto con quel poco che si aveva e bisognava in qualche modo ingegnarsi.

E così è stato qui, a Vico, dove la storia della Settimana Santa vichese non finisce mai di prenderci per mano e di accompagnarci tra le sue manifestazioni, molte note, altre meno, altre scomparse.

Si muove tra le mani, passa sui volti delle persone, attraversa i loro occhi fino ad arrivare al cuore, dove è custodita e amata da ciascuno.

Francesco A.P. Saggese

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