Padre Arcangelo, un missionario tra le campagne di Capitanata

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Conobbi Arcangelo Maira nella primavera del 2011, stavo lavorando sul primo dei miei lavori documentaristici incentrati sui ghetti della provincia foggiana e sul sistema di sfruttamento lavorativo nei campi. Di lui avevo sentito spesso parlare durante i miei periodici incontri con i ragazzi incontrati nel ghetto, prime avanguardie stanziali di quel che diventerà uno dei più popolosi d’Italia. Il Gran Ghetto è situato alle pendici del Gargano, Rignano Garganico lo si distingue dalla piana, abbarbicato sul bordo del promontorio poco distante in linea d’aria. La sua presenza continuamente evocata attraverso chi lo conosceva era tangibile, seppur non l’avessi ancora mai incontrato.
Arcangelo ha impresso nella sua storia un vissuto da migrante, così come molti di quelli nati al Sud dell’Italia degli anni ’50 e ’60 partiti verso un Nord che economicamente già marciava a ritmo sostenuto. Il boom economico non riusciva a soddisfare la fame e il bisogno di lavoro per tutti. Attraversò, bambino, la frontiera svizzera nascosto in una valigia portata di peso dal papà perché nell’Europa produttiva servivano essenzialmente braccia da fatica e i bambini erano un’incombenza improduttiva. Il bellissimo testo di una canzone scritta dal cantautore manfredoniano Domenico La Marca, I bambini nascosti, ne ricorda l’episodio con tenerezza.

Diventato missionario scalabriniano, dalla sua congregazione fu inviato inizialmente a Colonia, in Germania, la sua prima missione, partì poi per il Sud Africa dove rimase per qualche anno e successivamente approdò in Mozambico per dare sostegno ai rifugiati che affollavano i campi profughi in quel Paese. In Mozambico sostenne quell’impegno per circa 5 anni, fino al 2008. Nello stesso anno gli venne proposto di prendere per mano un nuovo progetto in Puglia, nel foggiano, dove da tempo si erano formati alcuni insediamenti di baracche tirate su con cartoni, lamiere, plastica e tubicini di plastica – materiali di risulta di serre e impianti agricoli – dove da decenni si erano insediate centinaia di persone, in gran parte provenienti dall’Africa sub-sahariana. Quelle baraccopoli, è risaputo, sono luoghi deputati al reclutamento di braccia per i campi e offerta di corpi per il sesso a costo di saldo, umano.
Arcangelo prima di cominciare ad agire in Puglia volle capire, cominciò a girare per campagne tra ghetti e masserie abbandonate, tessendo una fitta rete di relazioni fatte di ascolto e aiuto per rispondere, per quanto era possibile, a bisogni primari delle persone che man mano incontrava. Ebbe così la possibilità di toccare con mano quanto fossero pesanti le conseguenze dello sfruttamento nei campi da cui trae vantaggio la filiera agroalimentare.
È da quella prassi quotidiana che prende corpo e sostanza il progetto del Campo IoCiSto fra i migranti legato indissolubilmente alla sua persona. Ogni anno dall’estate del 2008 centinaia di volontari, per lo più ragazzi, sono entrati in relazione con chi rientrava dai campi a partire dal tardo pomeriggio.
È qui che nasce Radio Ghetto, nata con l’obiettivo di divulgare storie e testimonianze spesso raccontate in prima persona da chi il ghetto lo subiva, nonché di fornire informazioni di servizio a quegli stessi.
È qui che nasce la scuola di italiano informale, aule provvisorie allestite il primo pomeriggio e smontate a sera spesso inoltrata, su un lembo di terra sotto gli ulivi ai bordi del ghetto, dove chi tornava dai campi poteva imparare a leggere e scrivere in italiano, e acquisire strumenti per capire e per difendersi dai soprusi. E la sera chi voleva poteva attardarsi a conversare e a condividere tempo, cibo, musica e interessi. E a riconoscersi.
È qui che nasce la ciclofficina. Come tentare di contrastare il vincolo di necessità imposto dal collaudato sistema in mano ai caporali che controlla reclutamento e trasporto dei braccianti? La risposta di Arcangelo fu la ciclofficina. Si recuperarono biciclette usate, attrezzi e pezzi di ricambio e si cominciò ad insegnare come ripararle in autonomia. Da quella officina temporanea decine e decine di biciclette cominciarono a circolare per le campagne e, con queste, anche nuova speranza di emancipazione.
È anche qui che, chi tornava dai campi, raccontava di abusi e ingiustizie perpetrate sul lavoro, informato sui suoi diritti, orientato per affrontare gli iter burocratici di richieste d’asilo, documenti di soggiorno o vertenze legali nei confronti di agricoltori disonesti.
È qui che si sono formate amicizie profonde inscalfibili che durano da anni.

Padre Arcangelo (in primo piano), con Antonio Fortarezza, nella foto di Michele Sepalone.

Il Campo IoCiSto fra i Migranti ha contribuito, parallelamente ad altre associazioni e realtà territoriali, alla presa di coscienza verso quel che accadeva nelle campagne foggiane. Storie di ghettizzazione e di sfruttamento completamente sconosciute fino ad allora dagli stessi abitanti dei centri urbani poco distanti da quei luoghi annichilenti della dignità umana. Un impegno che ha messo a nudo il distorto sistema produttivo incardinato su logiche schiaviste e sui diritti negati. A partire anche da quell’impegno e dalle denunce che hanno squarciato il velo di indifferenza i media cominciarono ad accendere riflettori e ad interessarsi su ciò che accadeva in quelle campagne, anche se, purtroppo, spesso con un’informazione di scarsa qualità e condite da morboso scandalismo un tanto al chilo.
Nel 2015 l’assessore regionale Guglielmo Minervini, con il progetto Capo free – ghetto off, pensato per contrastare il caporalato con liste pubbliche di collocamento e bollino etico proposto alle aziende agricole, provò a raddrizzare le storture della filiera. Quel progetto si arenò a causa della resistenza passiva delle aziende, dei nodi oggettivi sopravvenuti in fase di implementazione del progetto, del poco convinto supporto della giunta regionale e della terribile malattia che purtroppo non lasciò scampo all’ideatore del progetto.
Intanto il campo IoCiSto, fino ad allora animato dal missionario Arcangelo Maira, era diventato spazio d’azione libero e trasversale, occasione di apertura al mondo attraverso la relazione con l’Altro, finestra esperienziale per la presa di coscienza sui diritti, e sui diritti negati, possibilità di far conoscere oltre il ristretto ambito locale quanto stava accadendo sui campi di Capitanata.

Poi nel 2015 ci fu una sterzata, un cambio di guida che a mio parere modificò la natura e il senso del progetto IoCiSto fra i migranti, credo che in quel cambio si sia perduta parte di quella ricchezza esperienziale che l’aveva caratterizzato fino ad allora. Certo a volte con qualche svolazzo di disordinata spontaneità, ma coinvolgente, esaltante. E proficua non solo per volontari che vi partecipavano, ma anche per chi nei ghetti ci viveva. L’impressione che ne ebbi, osservando per alcuni giorni la prima edizione del “nuovo corso” fu di un’attività quotidiana più ripiegata all’interno del gruppo di volontari e meno rivolta all’esterno, insieme ad una gestione prevalentemente verticistica e meno coinvolgente sotto il profilo dell’assunzione di responsabilità in chi partecipava al Campo.
Nell’estate del 2016, anno interlocutorio, venne dato ad Arcangelo un ruolo defilato e circoscritto a pochi incontri programmati con i volontari, subordinato al nuovo assetto del Campo. Mi apparve una decisione sminuente, ingiusta, poco rispettosa nei suoi confronti e dannosa all’esperienza del Campo IoCiSto. Di certo si dissolse e venne meno quella carismatica positiva influenza che Arcangelo sapeva infondere su tutti noi.
A settembre del 2015 Padre Arcangelo Maira venne trasferito a Berna per seguire una comunità di immigrati originari del Portogallo. Ci fu chi sottolineò, e forse addusse a giustificazione del suo trasferimento, un certo “spontaneismo organizzativo”. Ho sempre ritenuto che la ricchezza di esperienze di quel Campo scaturiva proprio da una organizzazione e da una quotidianità flessibile, aperta e con decisioni partecipate. E ancor di più dalla trasversalità dei partecipanti: molti giovani, alcuni adulti, laici e religiosi, alcuni atei, altri convintamente cattolici, qualche agnostico, ma tutti accomunati da una sensibilità e attenzione verso l’Altro sinceramente vissuta e praticata.
Forse, sarebbe bastato che gli si fosse affiancato un fratello della congregazione per le quotidiane incombenze amministrative e organizzative, e ancor meno avrebbe avuto ragione l’allontanamento da quel suo progetto umano che aveva ancora molto da esprimere. La sua pratica missionaria poteva sembrare fuori dagli schemi canonici e forse in qualche modo scomoda, ma la forza del progetto IoCiSto fra i migranti consisteva proprio in questa sua splendida, anomala specificità. Ho il timore che quell’allontanamento, per la modalità in cui ha avuto luogo, l’abbia ferito, profondamente.

Padre Arcangelo durante un Campo “Iocisto con i migranti”

Il costante impegno di Arcangelo fra i migranti della provincia foggiana, non terminava a settembre con la chiusura del Campo ma proseguiva durante tutto l’anno, l’aiutava una giovane volontaria disponibile anche oltre l’estate. Impegno che consisteva nell’ascolto, nell’intercettare i bisogni di chi viveva nei ghetti e nel provare a dar loro risposte; nel raccontare pubblicamente le condizioni di estremo disagio in cui versano le persone nei ghetti di Capitanata; nel denunciare l’immoralità criminale di una pratica di sfruttamento cinico e sfrontato. Insomma, agitava pubblicamente col suo operato il malmostoso sistema di illegalità diffusa nella filiera agroalimentare e che si fa spazio proprio dalla mancata applicazione dei diritti: umani, civili e del lavoro.
Arcangelo Maira era un uomo libero, senza accomodanti e opportunistici filtri relazionali; profondamente religioso e convintamente rispettoso degli obblighi di obbedienza verso l’ordine al quale apparteneva; la sua pratica quotidiana si ispirava costantemente e coerentemente al Vangelo, anzi dalla sua fede e dal suo vissuto personale scaturiva il profondo senso di responsabilità verso il prossimo e l’impegno contro le ingiustizie sociali. È su questa libertà di pensiero e d’azione che si fondava la sua pratica missionaria, dove l’urgenza dei bisogni primari non poteva essere seconda a niente ma risolta per quanto possibile senza tentennamenti né compromessi al ribasso. E la sua azione carica di forte senso di umanità non poteva che sfociare oggettivamente nella denuncia pubblica e aperta, carica di forte valenza politica. Ecco il punto: gesti di profonda umanità che diventano atto politico. Certamente disturbante per gli equilibri su cui poggia il sistema produttivo agroalimentare, quando adotta pratiche illegali. E altrettanto fastidioso anche per chi da quel sistema trae consenso e influenza.

Antonio Fortarezza

[Le foto sono di Antonio Fortarezza, ad eccezione di quella che ritrae padre Arcangelo con lo stesso Fortarezza, che è di Michele Sepalone.]

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Author: Antonio Fortarezza

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