Via Arpi, strada dell’inciviltà e del vandalismo

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Quando era preside della Facoltà di Lettere dell’Università di Foggia, Franca Pinto Minerva sognava che via Arpi diventasse la strada dell’arte, della cultura, della conoscenza. Le premesse c’erano tutte. L’Università stava restaurando il vecchio ospedale, la Fondazione Banca del Monte si apprestava ad acquistare la ricchissima collezione delle opere su carta di Alfredo Bortoluzzi, si sperava che la limitrofa piazza Mercato potesse diventare un polo d’attrazione turistica e culturale.
Quasi a suggellare l’intuizione della grande pedagogista, la stessa Fondazione finanziò a proprie spese la sistemazione e l’arredo urbano di largo Civitella, a poche decine di metri dall’ingresso della Facoltà, ponendovi un’opera d’arte: «La metafora», monumento che i foggiani chiamano «Le zanne», data la sua particolare forma che ricorda i dentoni dell’elefante.
Nelle intenzioni dell’autore, Stefano Del Pozzo, sta a simboleggiare una gabbia toracica che metaforicamente protegge e difende la cultura umanistica e i suoi studenti. Si tratta di un’opera originale e senza dubbio coraggiosa, che non solo viene contemplata ma anche usata: i blocchi di pietra che sorreggono le costole invitano a sedersi, a trattenersi. Ma anche «La metafora» ha dovuto fare i conti con la barbarie, l’inciviltà che avvelenano e degradano tutto ciò che a Foggia c’è di bello e positivo.
La strada dell’arte, della cultura e della conoscenza è rimasta purtroppo soltanto un sogno. Ad impedire che diventasse realtà ci hanno pensato il vandalismo e lo scarso senso civico della cittadinanza. Come Lettere Meridiane ha più volte denunciato, il monumento più simbolico e importante di via Arpi, l’arco di Federico II, è occultato dalle auto in sosta selvaggia e dai fichi d’india cresciuti a dismisura nelle fioriere che avrebbero dovuto impedire il parcheggio.
Il contenitore culturale di piazza Mercato, più volte vandalizzato, è stato addirittura demolito e rimosso.
Non è toccata sorte migliore a «La metafora». Come documentano le foto, i blocchi di pietra sono insozzati da scritte di ogni tipo. I cubi luminosi sono rotti in più punti. Sedersi e cercare ristoro tra le costole create dall’immaginazione del bravo Stefano Del Pozzo è diventato quanto mai arduo.
Anche in questo caso, come per l’arco di Federico II e piazza Mercato, non ci sarebbe voluto molto ad impedire lo scempio: sarebbero bastati un po’ di manutenzione, controlli maggiori e più attenti.
La città si sta abbruttendo sempre di più, ogni giorno che passa. Vivere a Foggia sta diventando sempre più difficile. Ma pochi se ne danno pena.
Geppe Inserra

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Author: Geppe Inserra

4 thoughts on “Via Arpi, strada dell’inciviltà e del vandalismo

  1. Se via Arpi e tutto il centro storico diventassero zona pedonale, se le chiese barocche e i palazzi d’epoca venissero restaurati, se il portale di San Martino della Cattedrale fosse reso visibile, se la cripta fosse aperta al pubblico, se l’Archivolto del Palazzo imperiale di Federico II fosse liberato dall’assalto delle auto, se i cassonetti di immondizia fossero rimossi da Piazza Nigri, se fossero creati degli spazi verdi con qualche panchina, se le panchine non fossero distrutte, … se, se, se… Se i foggiani si riconciliassero con se stessi e riscoprissero la loro storia e l’importanza di preservarne la memoria …

  2. L’esempio di degrado di largo Civitella deve farci riflettere sul fatto che non sempre è valida l’equazione inciviltà=ignoranza perché molto spesso a deturpare “la metafora”sono proprio i neolaureati che la usano per banchettare alla fine delle sedute di laurea. Per non dire del cattivo gusto di lanciare coriandoli che nessuno poi rimuove. Forse per cambiare qualcosa in questa città si potrebbe cominciare dalla formazione di uomini più che delle competenze. L’università potrebbe dare una mano in questo senso.

  3. Tutte battaglie perse. Questo che poteva essere un periodo di transizione avulso dalla politica è teso solo al controllo finanziario con la chiusura totale ai cittadini e alle loro esigenze. Gli unici che vincono la battaglia sono quelli – non pochi – che se ne vanno.

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