Print Friendly, PDF & Email

Il social network non è soltanto fake news. Certe volte può essere un formidabile strumento di scrittura collettiva, di storia pubblica, di raccolta e trasmissione di memoria. Tempo fa, l’amico Franco Antonucci scrisse un articolo molto bello su sua Madre (potete rileggerlo più avanti). L’articolo fu commentato da Mariagrazia Napolitano che raccontò un’altra storia intensa e memorabile, quella di sua nonna, che simboleggia l’anima femminile di un Mezzogiorno che dovremmo imparare a guardare più nel profondo, superando le categorie materialiste, come auspica l’Autrice.
Una grande storia, quella di Angelina, che mi pare giusto sottrarre all’angusto spazio dei commenti, e pubblicare come lettera meridiana a sè, in occasione della Festa Internazionale delle Donne 2018. Come suggestione di un rinascimento meridionale che potrebbe e dovrebbe partire dalle tante Mammangelina che fanno grande il Mezzogiorno. Buona lettura.

* * * 

Mi piace molto, Franco, lo sguardo con cui riveli lo Spirito di tua Madre è la sua Civiltà. C’è in Lei (bello l’uso delle maiuscole) una signoria femminile che le consente di dare un giudizio autorevole sulla realtà che vive e guarda. Questa Signoria Femminile, da cui tua Madre attinge lo Spirito e il senso del Reale, io la vedo impregnare l’intera Civiltà del Sud. Una civiltà animata da un’aristocrazia del Cuore che informa e forma l’Umanità che qui regna.

Purtroppo siamo abituati a guardare solo il visibile e con categorie materialiste come quelle economiche e, in questa luce, il sud appare misero e sottosviluppato. Questo errore di giudizio impedisce di vedere la grandezza del sud, una grandezza che si tocca con mano appena ci si immerge nella vita , nei modi d’essere della gente del sud.
Mia nonna era un mito per il popolo degli Scarale, una immensa famiglia di un paese del Gargano che vedeva in lei l’apice della Storia, la storia di famiglia. Più che una pro-creatrice Lei era una Creatrice. Di lei non si diceva nome e cognome. Per tutti, familiari e massari (centinaia all’epoca della raccolta) lei era Mammàngelina. E basta. Era austera nel governare la famiglia come la campagna, ma era anche capace di dire agli operai di non trebbiare fino ai bordi per lasciare che i “macchiaioli” trovassero spighe da raccogliere quando arrivavano a rastrellare i campi. Come tenere insieme il rigore che chiede la vita produttiva con il cuore che chiede la vita umana è un tipico contrasto a tinte forti che fa grande la civiltà del sud e rimane invisibile agli esperti economici.
Eppure, quando Mammangelina seppe che i tedeschi erano passati dalla campagna e si erano portati via i cavalli, fece caricare il biroccio, scelse l’operaio più anziano e corse a cercare i cavalli rincorrendo i tedeschi.
La videro tornare la sera con i cavalli e un carico di coperte che i tedeschi le avevano regalato in segno di risarcimento.
L’audacia che fa di lei una Leggenda non nasce solo dal coraggio ma da un senso di padronanza dei moti della vita, da un innato magistero femminile nelle questioni della vita che fa delle donne le Signore del Luogo, sia che si tratti della vita di una casa che della vita di un’azienda agricola, di una scuola, come a me è accaduto.
Sapere della vita, averne il magistero, fa delle donne delle veggenti, delle mistiche, capaci di vedere l’invisibile, udire l’inaudito, agire l’impossibile, senza essere mai eroi, né speciali, ma semplicemente ciò che sono, né più né meno. Le donne del sud non hanno mai perso il contatto con il corpo e col suo magistero divino, innato.
Gli uomini che nascono dal loro grembo e guardano con rispetto e ammirazione, come fai tu, Franco, con tua Madre, sono eredi del suo Spirito Santo e ne cercano la Luce.
Non è un caso che sia stata una donna napoletana, la Crostarosa, a concepire un mondo a misura divina.
Mariagrazia Napolitano

* * *

L’articolo era stato scritto quale commento alla “lettera meridiana” di Franco Antonucci che segue.

Donne di Capitanata, uscite dal guscio

Mi capita sempre più spesso di ritornare al ricordo di alcune cose che ci diceva mia Madre, donna di grande cultura e di fertile fantasia. E di intuito spesso sorprendentemente previgente.
I miei Genitori erano nati e vissuti a Roma, poi impiantati di colpo a Foggia, per motivi di lavoro di mio Padre. L’inizio è stato per la verità traumatico, quando, tanti anni, fa la città di Foggia era ancora abbastanza chiusa in se stessa. Quando i media erano solo un apparecchio radio. Quando le donne foggiane vestivano tutte in nero, con il fazzoletto nero sul capo, e gli uomini con il mantello nero a ruota. (Primi anni ’40).
Mia madre, testarda, voleva continuare a vestire a suo modo, e girava imperterrita, alta com’era, nei suoi vestiti chiari e con i suoi larghi cappelli, pure loro chiari. Era bellissima.
È ovvio che è stata subito e a lungo notata. Ma anche Lei, dopo un suo primo atteggiamento di presa di distanza, ha poi guardato e studiato le persone che Le giravano attorno. Cercando di capire un mondo nuovo e solo apparentemente rovesciato a riccio.
Non è stato un atteggiamento di reciproco rifiuto, perché molte persone foggiane e le loro famiglie hanno poi cercato di avvicinare mia Madre, fare amicizia con Lei e frequentare la nostra casa, che era diventata, in breve tempo, un piccolo salotto foggiano. Da parte sua mia Madre si è subito ricreduta su quelle persone solo a prima vista chiuse in nero, scoprendo in loro una  straordinaria  generosità.
Ma quello che più mi ritorna in mente, soprattutto in questo periodo di delusioni a ripetizione per la Capitanata, è il giudizio di mia Madre sulle capacità di iniziativa dei Foggiani.
A suo dire e al suo tempo, gli uomini foggiani erano persone un po’ fataliste, diverse dal “quotidiano ottimismo napoletano”. Il Foggiano fa comunque quello che deve fare, fermandosi, però, al momento in cui entra in un conflitto eccessivamente per lui impegnativo.
In sociologia generale questo è il caso di chi trova il suo equilibrio e felicità in una propria ridotta nicchia ridotta, individuale o familiare ristretta, o di Gruppo sociale e/o amicale circoscritto, evitando le nicchie più grandi.
Il Foggiano tipo : “Fai, ma se non ti fanno fare non fare e, a questo punto, nemmeno fai fare agli altri. Poi tornatene a casa, tranquillo, come faranno gli altri. Tutti tranquilli”. Meglio una partita zero a zero. Non so se ancora oggi è così.
Una pur rispettabile filosofia di vita, forse rintracciabile nella particolare storia della antica Transumanza coatta di Capitanata, o altro.
L’intelligenza e fantasia del Foggiano tipo non è comunque intaccata da tutto questo. Anche se la Capitanata ne ha sofferto ed ancora ne soffre, nel fondo delle sue Graduatorie nazionali.
Mia Madre sosteneva che, invece, le donne foggiane erano molto diverse. Perfino oggi lo sono, senza che, forse, esse stesse se ne siano accorte.
Le donne foggiane non si fermano. Sono capaci di andare fino in fondo alle questioni più difficili, molto di più degli uomini foggiani.
In un certo senso, mia Madre, donna che, per suo carattere, ma anche per un suo ambiente di vita diverso, andava dritta come un treno, comunque si vedeva riflessa nella forza delle donne foggiane. Donne dure, dolci al tempo stesso.
Con una differenza, come Lei diceva : “Peccato che le donne foggiane sono sopraffatte da un ambiente maschile ancora dominante, non per cattiveria, ma per trascinamento inconsapevole di una lunga tradizione mentale. Che smorza le loro tensioni, per cui la arrendevolezza (o apatia) degli stessi uomini finisce per azzoppare anche loro”.
Questa idea di mia Madre mi ritorna e mi sorprende per intuito lontano. Trovandomi d’accordo.
Forse è tempo oggi che le donne foggiane escano allo scoperto più che mai, e imporsi molto più degli uomini foggiani nei confronti del cosiddetto “esterno furbo e cattivo”.
Donne di Capitanata rompete, allora, i vostri gusci. Fate azioni. Fate anche politica attiva, dando al territorio nuove rappresentazioni e rappresentanze di maggiore spicco! (La Capitanata non riesce ad esprimere figure politiche di statura elevata da più di mezzo secolo).
Cercate nuove soluzioni per un territorio ormai abbandonato a se stesso e disaggregato come ai tempi della sudditanza “marginale” borbonica, nei riguardi dei territori vicini. Sbattete i pugni sui tavoli, regionali e ovunque. Combattete per nuovi “progetti di territorio”, sempre più organici, diversi da quelli che, ultimamente, sembrano voler andare da una parte o dall’altra. La Capitanata stia nella Capitanata. È così varia che ha tutto quello che occorre per fare da sola.
Sempre che cambi il vigore e la vitalità nelle città della Capitanata sempre più unitaria.
Non date spazio alla furbizia degli altri. Di quelli che credono che la Puglia stia tutta al centro, od anche nella sola parte turistica inferiore del tacco d’Italia.
Diventate imprenditrici innovative. Diffondete una nuova cultura a tutto sesto della nuova Capitanata. Allacciate definitivamente tutte le interconnessioni lunghe della grande “Cerniera di Capitanata”. Acchiappando le direttrici esterne a vasto raggio. Riunite questo territorio policentrico ancora troppo disgregato in tante città e grandi paesoni.
Donne di Capitanata venite fuori. Non da sole se volete. Nessuna sostituzione di genere. Affiancate gli Uomini di Capitanata, dando loro un nuovo motivo ed impeto di compagnia.
Una nuova e più proficua unione di intenti e di reciproche qualità.
La Capitanata diventi la casa comune e più grande delle Donne di Capitanata.
Eustacchiofranco Antonucci

Facebook Comments