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La Puglia è improvvisamente diventata crocevia d’Italia e del Mondo. Non era mai accaduto che dello Sperone d’Italia si parlasse nelle stesse ore alla Casa Bianca, nell’incontro tra il presidente Putin e il premier Conte, e a Roma, nell’affollatissimo vertice ministeriale convocato dal vicepremier Di Maio.
Le questioni della Tap e dell’Ilva hanno proiettato la Puglia sotto i riflettori della ribalta mondiale. Peccato che la stessa attenzione questi scottanti problemi non ricevano con la dovuta costanza dai media nazionali e in generale dalla politica.
Non fosse stato per l’invito rivolto da Trump all’Italia di darsi una mossa, chissà quanti italiani non pugliesi, si sarebbero posti il problema del gasdotto Tap che dovrebbe approdare a Melendugno. E lo stesso dicasi per l’Ilva, derubricata a questione locale, quasi una faccenda da sbrigare all’internodei confini pugliesi, tra quanti sostengono le ragioni dell’ambiente, e quanti difendono i livelli produttivi ed occupazionali.
Per affrontare con successo la sfida, bisogna capovolgerne i termini, ripartendo (o più precisamente, partendo) dalla presa di coscienza che il gasdotto e lo stabilimento siderurgico non sono questioni locali, regionali, pugliesi, ma questioni nazionali. Che riguardano tutti gli italiani.
È appena il caso di ricordare a quanti puntualmente lo dimenticano, che la Puglia produce molta più energia di quanto non ne abbia necessità, e che del gas che verrà portato dalla Tap ha bisogno prima di tutto il resto del paese. Lo stesso discorso vale per l’Ilva: ogni paese moderno che non voglia rinunciare allo sviluppo industriale, ha bisogno di un polo siderurgico competitivo, ma non può scaricare l’impatto che questo provoca, in termini ambientali, soltanto alla regione interessata dall’insediamento produttivo.

Tap e Ilva sono in un certo senso il paradigma del nuovo modo di porsi della questione meridionale: soltanto prendendo atto che rappresentano problemi di cui deve farsi carico tutto il Paese,  si può sperare che il confronto esca dal pantano in cui si è cacciato.
Replicando al presidente Trump sulla Tap, Giuseppe Conte ha affermato il valore strategico del gasdotto per l’Italia, più o meno sconfessando la sua ministra per il Mezzogiorno Barbara Lezzi, che della Tap non vuol sentir parlare. Molto apprezzabile l’annuncio che il premier (che è egli stesso pugliese) incontrerà il sindaco di Melendugno per verificare la possibilità di superare l’impasse.
Il gesto ha un’innegabile carica simbolica: occupandosi in prima persona della faccenda, Conte implicitamente riconosce quel che si diceva prima: la Tap non è soltanto un affare locale.
Lo stesso allargamento di prospettiva sembra si stia registrando a proposito dell’Ilva. Convocando il mega vertice ministeriale con la bellezza di 62 sigle, è evidente che Di Maio non sperava in un’intesa tra le diverse parti, ma perseguiva un altro obiettivo: alzare l’asticella dell’attenzione generale sul problema. Al di là della modeste aperture dell’azienda sotto il profilo ambientale e della confermata indisponibilità a rivedere i livelli occupazionali, l’impressione è che almeno questo primo, limitato obiettivo sia stato raggiunto.
La strada resta tortuosa e difficile, tanto più che sul confronto grava la possibilità che venga revocata la gara che ha premiato l’offerta formulata dall’Ancelor Mittal. Ma qualcosa si muove.
Adesso toccherebbe ai pugliesi consolidare una coscienza regionale o meglio ancora una coscienza meridionale, che possa riuscire a contemperare le esigenze del territorio e delle comunità residenti, con quelle della Nazione.
Chissà che proprio dalla Puglia e dalle due roventi questioni, non si inneschi un circolo virtuoso che riconosca e rilanci la questione meridionale.
Geppe Inserra

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