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Lo spettacolare tamponamento tra due TIR che ha incendiato l’A14 e provocato il crollo di un ponte ha soverchiato sulle copertine dei quotidiani e nei titoli delle televisioni la strage dei 12 braccianti di colore morti in uno scontro frontale tra Lesina e Ripalta.
Giornalisticamente parlando, non fa una grinza, anche se in termini puramente aritmetici fa un morto contro 12.
L’uomo che morde il cane fa notizia più del cane che morde l’uomo. E morire mentre si torna dal lavoro nei campi è ormai cronaca quotidiane, sulle insicure strade del Tavoliere. Era già successo qualche giorno fa, quando a restare tra le lamiere contorte erano stati in quattro.
Nessuna copertina, nessun titolo d’apertura per quei braccianti morti. Tanto più che si tratta di una morte tutto sommato “ordinaria”.
Viene fatto però di chiedersi come i giornali avrebbero affrontato la notizia se a morire fossero stati non anonimi africani, ma braccianti italiani. Statisticamente parlando, l’episodio di Lesina è tra i più gravi incidenti del lavoro di sempre ad essersi registrati in Italia. (Perché di incidente sul lavoro si tratta, in quanto il trasporto da e per i campi dove si raccolgono i pomodori è strettamente correlato alla prestazione lavorativa in quanto tale, nonché core business del caporalato). Avrebbe meritato una maggiore attenzione.

L’episodio di Lesina è la punta di quell’iceberg di proporzioni immani che è il lavoro stagionale nei campi, dei cento, mille drammi che si consumano quotidianamente nel silenzio, lontano dai riflettori e dalle ribalte.
Soprattutto qui, nel Tavoliere. Soprattutto qui, in Puglia, nel Mezzogiorno.
Storie che non vengono raccontate, tragedie silenziose avvolta dalla indifferenza generale, soprattutto quando non sono alimentate da sospetti di schiavismo o razzismo, che solleticano maggiormente l’opinione pubblica. Il bello, anzi il brutto, è che sono proprio il silenzio, l’indifferenza a nutrire ed accrescere il resto dell’iceberg.
Il sistematico sfruttamento del lavoro dei braccianti, il comportamento immorale dell’industria conserviera e della grande distribuzione che scaricano sull’anello più debole della catena, i coltivatori e quanti lavorano per loro, i costi della concorrenza, il caporalato che prospera non solo sul reclutamento della manodopera, ma anche nella organizzazione dei trasporti (sfruttando il vulnus di un sistema pubblico tutt’altro che efficiente) sono resi possibili proprio dal silenzio.
Che tutto ciò costituisca fertilissimo humus per la criminalità e l’illegalità, è la logica conseguenza.
Per abbattere il muro dell’omertà, è prima di tutto necessario far sapere.
La tragedia dei sedici braccianti che in questi giorni hanno perso la vita sulle strade di Capitanata è un capitolo, e tra i principali, di quella questione meridionale negata e rimossa: il sottosviluppo delle condizioni di vita dei braccianti meridionali, così come quello del Meezzogiorno, in generale, è funzionale allo sviluppo della protervia del capitale e degli insaziabili mercati.
L’aveva inteso bene il mai troppo lodato e rimpianto Guglielmo Minervini, che proponeva, per estirpare la vergogna dei piccoli e grandi ghetti che punteggiano la Puglia, un approccio prima di tutto etico.
La questione meridionale è prima di tutto una questione morale.
Geppe Inserra

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