Print Friendly, PDF & Email

Ha ragione, il regista Antonio Fortarezza, quando nel suo bel film La città ideale, indica nell’archeologia e nella valorizzazione dei suoi beni la chiave di volta di quello che avrebbe potuto essere lo sviluppo possibile di Foggia, purtroppo frustrato dall’incalzare impietoso dell’asfalto e del cemento. Lo intuì, già 65 anni fa, Amedeo Maiuri, grandissimo archeologo, celebre per le campagne di scavo condotte a Pompei e ad Ercolano, che contribuirono a far conoscere in tutto il mondo le due aree archeologiche campane.

Se le autorità locali gli avessero dato ascolto, chissà, oggi Foggia e la Daunia potrebbero avere oggi lo stesso potenziale attrattivo. Nel 1954, Maiuri caldeggiò la creazione di un Museo della Civiltà Dauna. Le premesse c’erano tutte, perché il dopoguerra e la ricostruzione avevano prodotto un insolito e bene augurante fervore archeologico, tanto da spingere Maiuri a definire la Capitanata e il Gargano “terra promessa dell’archeologia preistorica dell’Italia meridionale”.

L’illustre archeologo se ne intendeva, e come, perché prima di Pompei ed Ercolano aveva condotto importanti campagne di scavo in Grecia. Affidò la sua intuizione al Corriere della Sera, che nella terza pagina del numero di sabato 14 agosto 1954, pubblicò a sua firma un reportage molto interessante, perché ricostruisce e racconta com’erano Foggia e la Capitanata all’indomani del conflitto bellico, e quali orizzonti di sviluppo si schiudevano per la città e la provincia.

Intitolato “La civiltà che fu sommersa da una marea di pecore e di grano”, il pezzo di Maiuri presenta un occhiello e un sommario quanto mai significativi: “Viaggio alle antiche città della Daunia”, “Febbre di scavi, fatti con esemplare serietà, nella Capitanata e nel Gargano, terra promessa dell’archeologia preistorica dell’Italia meridionale.”

L’incipit è folgorante, perché colloca il capoluogo dauno in una posizione di primazia (oggi del tutto perduta) rispetto allo scacchiere della Puglia e sottolinea l’importanza della ricostruzione intrapresa dopo i bombardamenti del 1943.

“Foggia, risorta miracolosamente dalle rovine di guerra, dal martirio dei suoi ventinovemila morti, ha ripreso in pieno la sua funzione di capitale terrestre della Puglia, così come Bari ne è la capitale marittima. Ma riacquistati ferrovie, strade. grano e industrie, vuole avere anch’essa. come le altre città della Puglia, la documentazione viva e parlante della sua antica civiltà: spogliato o semidistrutto il vecchio Museo civico, chiama a concorso Stato, provincia e comune per la creazione d’un Museo della civiltà daunia, di quella civiltà che fa della Capitanata e del Gargano la vera terra promessa dell’archeologia preistorica dell’Italia meridionale.”

L’archeologo sottolinea quindi quanto sia favorevole l’humus: “ho trovato un fervore di opere e di programmi, una febbre di lavoro e di propositi che, avvezzo alla beata e gaudente noncuranza di chi è archeologicamente assai ricco, mi ha stupito e consolato: cantieri di scavo organizzati e disciplinati da chi ha scavato trincee e tenuto comando di truppe e di villaggi nella campagna di Russia; corsi ed esami per istruttori fatti con esemplare austerità; prefetto, provveditore e presidi mobilitati per la campagna del Museo; la Società Daunia di cultura raccolta a convegno nel Palazzo della Dogana, l’antica stazione della mena delle pecore, ove par che si riassuma tutta la storia agraria della Puglia. Più che stimolare e risvegliare si tratta di orientare e consigliare.”

Il viaggio di Maiuri nelle antiche città daune racconta dettagliatamente questa terra promessa, partendo da Arpi, la vecchia metropoli, che definisce la “prima grande promessa dell’archeologia daunia”.

“Presa da Annibale nel 215 dopo Canne, ripresa da Fabio Massimo, scompare nel gran mare del Tavoliere sommersa dalla marea delle pecore e dalla messe ondeggianti del grano. Ma è bastato rimuovere qualche palmo di terra per trovare mura, portici e pavimenti di quella particolare tecnica musiva ornamentale e policroma che è una delle espressioni più tipiche del gusto decorativo e coloristico della gente daunia: si pensa, innanzi a queste grandi composizioni di tessellato fatto ingegnosamente con ciottoli fluviali, all’arte del grande pavimento a intarsio della chiesa di Otranto.”

Da Arpi, Maiuri si sposta a Ordona, Herdònea, “la seconda città daunia e romana del Tavoliere”, dove viene accolto dal “signore del luogo, un gentiluomo romagnolo che ha impiantato casa e azienda sul sito dell’antica città. Sull’aia si trebbia fra vecchi casali di stallaggio, carri di covoni, guardiani a cavallo, donne con la bocca imbavagliata per difendersi dal polverio e dalle reste delle spighe, polledri (puledri, n.d.r.) neri e vispi che, inseguiti da cani, fanno scalpitando il girotondo dell’aia.

Tra i campi, per la vecchia città, ci fa da guida il giovane figlio del conte e non potevamo desiderare più esperta e dotta guida del luogo: s’è laureato a Brera con una tesi sulla ceramica geometrica di Erdonia, ha rilevato e disegnato i ruderi della città e ha un titolo che nessun archeologo può disputargli: ha vinto il premio del più lungo percorso in motor-scooter spingendosi fino a Nuova Delhi. Ci fa da staffetta lungo Il perimetro della città e dallo slancio con cui spinge per i tratturi sabbiosi e per le mulattiere sassose la sua motoleggera, quella di Nuova Delhi, si capisce come abbia potuto superare le piste delle carovaniere d’Oriente.

Ritroviamo la vecchia porta della città, quella volta verso l’Appia-Traiana e nell’asse della porta, d’infilata, sono ancora i resti del ponte romano che scavalcava un tempo le acque del Carapelle: sono una diecina di piloni e di arcate mozze affondate in un campo di stoppie riarse; le alluvioni hanno allontanato il letto del torrente più verso nord, e la vecchia città sull’altura, tagliata dalla sua grande arteria stradale, si ricoprì anch’essa d’un campo di spighe.”

Dal Tavoliere, Amedeo Maiuri si spinge sul Gargano, partendo da Siponto, “naturale porto e sbocco dell’antica Arpi”,  dove lo attende “fermo e mansueto, in tonaca e tricorno” il parroco Mastrobuono appassionato di archeologia, che l’autore del reportage indica come “lo scavatore, il maestro della vecchia Siponto fra le due basiliche di S. Leonardo e di S. Maria di Siponto, poste lungo il vecchio tratturo pedemontano che circuiva il massiccio del Gargano. Era la via maestra che conduceva alla grotta dell’Arcangelo quando all’Ospizio di S. Leonardo sostavano pellegrini e pastori con le loro mandrie.”

Mastrobuono ha la vocazione de”archeologo: “dietro la chiesa di S. Maria di Siponto sono i resti d’una basilica paleocristiana inserita entro i muri di un edificio romano con sovrapposizioni e inserzioni da mettere a cimento la più consumata esperienza di un archeologo pagano e cristiano. Da quel luogo sacro, fra tombe a fossa della prima comunità cristiana sipontina, proviene un’iscrizione dedicatoria a Diana. Mastrobuono,  prete secolare, è animato di eguale reverente fervore per i pavimenti del presbiterio basilicale e per i mosaici dell’edificio romano; distribuisce cartoline ricordo dello scavo con la stessa compunzione con cui distribuisce santini al fedeli della parrocchia.”

In merito, Maiuri svela un altro, divertente episodio. A scoprire l’iscrizione sipontina di Diana era stato, infatti, proprio lui, che l’aveva ritrovata nei depositi del Museo di Napoli. Verosimilmente, a comunicare il prezioso rinvenimento al parroco dev’essere stato proprio l’illustre archeologo che così racconta la reazione dell’uomo di chiesa: “ ha messo in pace la sua coscienza di scavatore e di credente, ristabilendo una pacifica convivenza fra la Madonna di Siponto e la Diana dell’antico tempio.”

Il viaggio in Daunia di Maiuri si conclude con “la salita di rito al Gargano; dalla pianura piatta del Tavoliere, d’un balzo alla montagna selvosa dell’Arcangelo, avvolta di nembi, a cui sembra appoggiarsi fiduciosa tutta la terra di Puglia. Dopo aver visto sulla sponda del lago di Varano una disossata terma romana su cui si appuntano le speranze dei cercatori dell’introvabile Uria, aver ammirato qualche prezioso corredo di tomba, decifrato nella Casa comunale di Cagnano la lapide d’un antico decurione morto a trent’anni, ma già onusto di onori municipali, ed essermi rinfrancato con le crustae (le chiamano latinamente cosi) condite del soave miele garganico (il miele dell’ape matina d’Orazio?), del gentile oste di S. Menaio, risalimmo da Vico di Gargano verso monte, lasciandoci alle spalle, tra le brume del mare e della sera, i lumi delle ] case di Peschici come un presepe illuminato. Contavamo raggiungere la vetta e, dopo una devota visita alla Grotta dell’Arcangelo, ridiscendere per l’opposto versante a Foggia. Ma i ai primi tronchi della foresta ci colse la nebbia, uno di quei i nebbioni che il Gargano raccoglie da tutti i cattivi umori dell’Adriatico (e Dio sa se ne ha , in questo momento!), denso e , opaco da sfidare non solo i fari della macchina, ma la spada folgorante dell’Arcangelo.

Ci si mise al passo trattenendo il fiato ad ogni svolta della strada quando, in una forra fra Monte Giovannicchio e Monte Jacotenente, ci apparvero, come il palazzo incantato del Mago Merlino, i lumi della Casa della Forestale. Azzardai timidamente la proposta d’una sosta notturna fra i benemeriti custodi di una delle ultime grandi selve d’Italia, pregustando una notte da presepe fra ciocchi ardenti e volo di monachine nella cappa nera del camino, ma non mi si dette ascolto. Al bivio rinunciammo al nostro devoto pellegrinaggio e piegando per Valle Carbonara giungemmo a San Giovanni Rotondo, dove con l’assistenza di Padre Pio forammo l’ultima coltre di nebbia e toccammo sani e salvi il fondo del Tavoliere libero e sgombro di vapori, fra i lumi sfavillanti, ma meno incantati dell’aeroporto.”

Sessantacinque anni dopo, l’idea di un grande museo interamente dedicato alla grande civiltà dei Dauni è tutta ancora di là da venire. Herdonia se la passa maluccio, così come altri gioielli che nel frattempo, sono emersi dal sottosuolo, come la Tomba della Medusa. L’aeroporto non è più illuminato, perché attende da anni una piena rivitalizzazione.

Sarà anche per questo che Foggia non è più la capitale terrestre della Daunia?

[a cura di Geppe Inserra]

Facebook Comments