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Cent’anni fa, il 27 maggio 1921, Giuseppe Di Vittorio tornava in libertà dopo un periodo di detenzione trascorso nel carcere di Lucera. La scarcerazione fu determinata dall’elezione dell’allora giovane sindacalista di Cerignola alla Camera dei Deputati. Quello stesso pomeriggio, accompagnato da una folla osannante di lavoratori e di cittadini, Di Vittorio tenne il suo primo comizio da deputato. Le cronache riferiscono che parlò per ben tre ore, infiammando gli animi dei presenti.
Peppino aveva allora 29 anni. Era finito in carcere il 15 aprile dopo essere stato arrestato durante una manifestazione di protesta che egli stesso aveva promosso nella sua Cerignola. Il fascismo stava diventando predominante, e le manifestazioni per la democrazia e il lavoro non erano tollerate. Assieme a Di Vittorio finirono in carcere un centinaio di braccianti di Cerignola.
L’episodio destò vivo scalpore negli ambienti politici della sinistra. Così il Partito Socialista scelse di candidarlo quale indipendente nella sue liste. Fu il terzo degli eletti, con ben 73.192 voti, e l’elezione gli valse il ritorno in libertà. La ricorrenza è stata celebrata dall’Anpi e dalla Cgil di Capitanata con una manifestazione e con lo scoprimento di una lapide in piazza Oberdan, il sito (che si chiamava allora piazza Marotta) dove Di Vittorio tenne il suo primo comizio e dove venne festeggiato il suo ritorno in libertà.
In questa piazza, il 27 maggio 1921 – si legge nell’epigrafe – Giuseppe Di Vittorio, sottratto per volontà del popolo pugliese a un carcere ingiusto ed eletto al parlamento nazionale, tenne il suo primo discorso da deputato per testimoniare i valori della libertà, la volontà di progresso civile, la ricerca continua della pace e della comprensione tra popoli con la tenace difesa dei diritti civili e sindacali dei lavoratori. Nel giorno centenario, a cura dell’ANPI e della Cgil di Foggia.
Il testo è di Giuseppe Trincucci, che è stato anche l’animatore della bella e intensa giornata lucerina, cui hanno partecipato il sindaco di Lucera, Giuseppe Pitta, il segretario regionale della Cgil, Pino Gesmundo e il vicepresidente nazionale dell’ANPI, Ferdinando Pappalardo.
Presentando gli ospiti, Trincucci ha ricordato che quella del 1921, non fu la sola detenzione di Di Vittorio a Lucera. Il sindacalista ci era stato già nel 1911, arrestato a seguito di uno sciopero che aveva organizzato a Cerignola, e ci sarebbe tornato nel settembre del 1941, dopo l’arresto a Parigi e la sua traduzione in Italia, prima di essere avviato al confino di Ventotene.
Tutti gli interventi hanno sottolineato la profonda attualità del pensiero e dell’azione politica di Giuseppe Di Vittorio, che – ha osservato Pappalardo – “si ritrovano tutti nell’articolo 1 della nostra Costituzione che lo ebbe come ispiratore: non c’è democrazia senza rispetto dei diritti del lavoro. Abbiamo ancora bisogno di ideali e di valori come quelli cui di Vittorio ha consacrato la sua vita, anche a costo di passare per dinosauri.”
“Il lavoro – ha concluso il vicepresidente dell’ANPI – è una risorsa sociale, forma gli individui perché lì rende consapevoli.”
Il segretario regionale della Cgil, Gesmundo ha sottolineato l’importanza dell’evento di Lucera: “è un momento importante perché rievoca la storia di un uomo che ha dedicato la sua vita alla emancipazione del mondo del lavoro, che è oggi sotto attacco, e, come allora, va difesa.
Stiamo uscendo dalla pandemia grazie al lavoro, ai lavoratori medici, infermieri ma anche gli stessi braccianti e gli addetti alla sicurezza individuati come lavoratori essenziali, così come gli operatori ecologici, che hanno continuano a lavorare durante l’emergenza per difendere la salute e la qualità della vita. Oggi il solo chiodo fisso dei padroni è licenziare.”
Per l’occasione, Anpi e Cgil di Capitanata hanno pubblicato un interessante opuscolo intitolato Lucera, 27 maggio 1921, Le catene spezzate, Lavoro e Libertà in Giuseppe Di Vittorio, con contributi di Michele Galante, Adolfo Pepe e Giuseppe Trincucci. Lo recensiremo nei prossimi giorni.
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