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Sul Corriere del Mezzogiorno di qualche giorno fa, Saverio Russo ha auspicato “un fronte comune per la nuova Foggia” che produca “una progettazione realistica di un futuro possibile” e “una ricognizione delle risorse materiali e umane su cui è possibile contare “.

Secondo il professore, il processo andrebbe azionato attraverso “un cantiere politicamente trasversale di taglio costituente “ orientato a “ristabilire le regole del gioco democratico”.

L’ipotesi è senza dubbio suggestiva, apprezzabile, condivisibile. Ma il punto è: basterà?

Russo elenca nel dettaglio i soggetti che dovrebbero far parte del “fronte comune”: l’associazionismo, le Fondazioni, la rete di Parcocittà, le parrocchie di periferia che si sono contrapposte alla montante disgregazione sociale.

Conoscendo bene l’intelligenza e la sensibilità del prof. Russo, mi sembra di poter dire che l’assenza, tra le forze chiamate a raccolta, dei tradizionali attori dello sviluppo (partiti, sindacati, categorie produttive, ordini professionali) non sia affatto casuale.

Se da un lato sono evidenti le responsabilità della classe dirigente nel disastro in cui è precipitata la città, dall’altro bisogna chiedersi: si può pensare ad percorso di rigenerazione dell’etica pubblica, senza che vi sia coinvolta la sfera pubblica ai suoi diversi livelli? Giustamente, Russo rivolge le sue preoccupazione alla necessità di ristabilire le regole della democrazia, troppo spesso violate e calpestate dalla politica. Ma la crisi della democrazia e della partecipazione è figlia anche della gravissima crisi economica, produttiva e occupazionale che da troppo tempo incombe sul territorio, uccidendone le speranze di futuro.

Intervenendo recentemente a manifestazioni pubbliche, autorevolissimi rappresentanti delle istituzioni giudiziarie foggiane, come il procuratore capo Ludovico Vaccaro e il procuratore aggiunto Antonio Laronga hanno indicato nella lotta al sottosviluppo, nella creazione di posti di lavoro, nel rilancio della economia, un irrinunciabile e prioritario impegno, anche in prospettiva antimafia. Non si può che concordare.

Foggia e la Capitanata hanno perso tante, troppe occasioni negli ultimi decenni per rincorrere interessi localistici, particolari, quando non personali.

Non a caso, Saverio Russo ricorda nel suo articolo l’esperimento delle Quattro Province voluto dall’amministrazione provinciale guidata da Antonio Pellegrino con l’apporto del Censis, che si prefiggeva di recuperare  la centralità perduta della Capitanata all’interno di un nuovo quadrante di sviluppo interregionale, che prevedeva relazioni più avanzate e sistematiche con le province di Campobasso, Benevento ed Avellino.

Essendomi occupato dell’ufficio stampa delle Quattro Province, ho avuto il privilegio di essere un diretto testimone di quella coraggiosa esperienza che ha rappresentato il canto del cigno delle aspirazioni di sviluppo della provincia di Foggia.

L’intuizione di Antonio Pellegrino non decollò mai del tutto per l’indifferenza della Regione Puglia (che a differenza della Regione Campania guidata da Antonio Bassolino non l’appoggiò mai seriamente) e per l’ostilità bipartisan di gran parte del ceto politico e sindacale (con la sola eccezione della Cgil che cercò invece di dare una certa continuità al progetto).

Sono passati ormai vent’anni. Da allora non è successo più niente: sconfitte su sconfitte, sogni rimasti al palo, intere stagioni di finanziamenti comunitari sfumate, come racconta l’incredibile vicenda del Treno Tram.

Nel frattempo, la mafia è diventata ancora più aggressiva e tentacolare, aggredendo i servizi e le risorse pubbliche, come ricordano i cinque consigli comunali sciolti per mafia (in ordine cronologico, Monte Sant’Angelo, Cerignola, Manfredonia, Mattinata e Foggia, seconda città capoluogo dopo Reggio Calabria ad aver conosciuto questo triste primato).

Il sottosviluppo costituisce l’humus ideale per il radicamento della criminalità, così come la mancanza di opportunità occupazionali favorisce il reclutamento della manovalanza mafiosa.

Un circolo vizioso che può essere spezzato solo da una classe dirigente che torni ad essere tale, a promuovere e governare lo sviluppo non accontentandosi più del piccolo cabotaggio, ma riprendendo a volare alto.

Per questo nel “fronte unito “ auspicato da Saverio Russo la politica, così come gli altri “attori dello sviluppo”, devono starci. Una politica rigenerata negli uomini ma soprattutto nei metodi.

Le buone prassi indicate dal Professore hanno un denominatore comune su cui vale la pena di riflettere. Sono esperienze costruite con un metodo di rete, di partecipazione, di ascolto costante, di comunità.

La sfida che attende Foggia nei prossimi anni sta proprio nella capacità di ritrovare quella consapevolezza e quella dimensione comunitaria che, come si ricorda nell’articolo le permise una straordinaria ricostruzione all’ indomani della guerra che l’aveva rasa al suolo.

Geppe Inserra

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