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Mi piacerebbe poter augurare ad amici e lettori di Lettere Meridiane un buon Ferragosto. Ma, in tutta sincerità, trovo che non ci sia alcunché da celebrare o festeggiare. Da anni l’elettroencefalogramma di Foggia e della Capitanata volgeva verso la linea piatta. Alcuni recenti accadimenti di questa torrida estate indicano che il coma sta diventando irreversibile.
Due, in particolare, e in un certo senso collegati tra di loro: lo scioglimento del consiglio comunale di Foggia per il sospetto di condizionamenti ed infiltrazioni mafiose; la definitiva cancellazione del progetto del Treno Tram, che rappresentava il core business della programmazione di area vasta nota anche come Capitanata 2020.
Sintetizzando. Il commissariamento del maggior consesso democratico della provincia di Foggia certifica che la quarta mafia ormai non si limita più a sparare, ammazzare, taglieggiare, ma sbraccia per occupare un ruolo anche nei palazzi di governo. Dall’altra parte, il naufragio del Treno Tram sancisce anche il naufragio di quella classe politica e dirigente che abita quei palazzi di governo,  e che dovrebbe disegnare e costruire il futuro.
La domanda: c’è ancora un futuro della Capitanata? Forse no. A meno che non ci sia un’assunzione di responsabilità collettiva, un’autocritica sincera e radicale mettano in moto un qualche processo di rigenerazione. Ma dovremmo cominciare ad ammettere di aver sbagliato tutti, a cominciare da noi giornalisti troppo inclini a riprendere, senza commentarli, i reboanti comunicati stampa con cui venivano annunciate le diverse fasi di Capitanata 2020, e senza verificarne la concreta fattibilità, come deontologia richiede.
La qualità del progetto è fuori discussione: si trattava, attraverso l’avveniristico progetto di un treno interurbano che diventava tram nelle tratte urbane, di ricucire il territorio della “pentapoli”, ponendo le basi per una diversa integrazione e interrelazione delle cinque maggiori città della Capitanata (Foggia, Manfredonia, Cerignola, San Severo, Lucera) e la parte più pregiata del territorio provinciale, il Gargano.
Il problema è che il Ministero dei Trasporti non ha mai emanato le linee guida che avrebbero dovuto regolare la fattibilità tecnica del Treno Tram e che in tutta la vicenda le Ferrovie dello Stato hanno recitato la parte del convitato di pietra, più vietando, eccependo, intralciando, che non assecondando.
Qualcosa di positivo è stato fatto nella direttrice del Gargano settentrionale, grazie a Ferrovie del Gargano, che gestisce anche la tratta Foggia-Lucera. A Manfredonia è stata costruita la stazione Ovest, destinata a restare la classica cattedrale nel deserto, se non verrà portato avanti il progetto alternativo, il BRT (Bus Rapid Transit) in cui il treno viene sostituito da un autobus ad alta velocità, utilizzando in parte l’attuale sedime ferroviario. Il BRT è una bella idea, ma è tutt’altra cosa rispetto al Treno Tram, e sancisce così il tramonto definitivo della idea progettuale trainante di Capitanata 2020, che avrebbe dovuto interessare essenzialmente la città capoluogo, nel cui abitato doveva snodarsi la rete tramviaria. Come a dire che è andata a farsi benedire un’intera stagione di finanziamenti comunitari, mentre per Foggia è sfumata una importante possibilità di futuro.
Capitanata 2020 (che concentrava due settenni di politiche comunitarie) veniva salutata come l’ultima spiaggia per cambiare rotta, e il progetto trainante doveva essere proprio quello di cui è stato definitivamente sancito il de profundis.
Che differenza tra il capoluogo sognato dai progettisti del treno tram e attorno al quale si erano sedimentate le speranze della classe dirigente – una città finalmente a dimensione metropolitana, connessa in modo efficiente con il resto della pentapoli – e quella attuale, con le sue strade rotte, dissestate, sporche, la raccolta differenziata mai seriamente decollata, il servizio di trasporto pubblico sull’orlo del dissesto.

Non occorrono approfondite riflessioni politiche e sociologiche per rendersi conto del baratro in cui è precipitato il capoluogo. Basta una passeggiata in città. Mai così malridotta, oltraggiata, degno capoluogo di una provincia essa stessa moribonda.
Dulcis in fundo, lo scioglimento del consiglio comunale, che per lungo tempo priverà i cittadini foggiani della possibilità di autogovernarsi. Quando la democrazia è così malmessa, forse è il male minore, soprattutto se questo periodo verrà utilizzato da parte di tutti, e non solo della politica, per quell’esercizio di riflessione, autocritica e rigenerazione di cui prima si diceva.
Naturalmente, lo scioglimento per mafia dell’amministrazione non ha nulla a che vedere con il naufragio del treno tram. Ma a volte il caso tira atroci scherzi. Il progetto fallito avrebbe dovuto ricucire la pentapoli. Per il momento, ad aggregare tre dei cinque centri sono i decreti di scioglimento delle amministrazioni per infiltrazioni mafiose. Prima che a Foggia, era successo a Cerignola e a Manfredonia, dove si tornerà alle urne nel prossimo autunno.
Dove la politica è debole, e la capacità di attuare i progetti di futuro ha il fiato così corto, maggiore è l’esposizione al rischio criminale. Ma l’impressione è che, nonostante tutto, ancora non vi sia nell’opinione pubblica, nella classe dirigente, nella stessa società civile, l’esatta percezione del dramma che stiamo vivendo.
Foggia e la Capitanata sono ormai agonizzanti. E non si augura buon Ferragosto a un moribondo.
Geppe Inserra

 

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