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Anche la grande informazione (ed era ora) scopre quell’autentica bomba ad orologeria che è l’autonomia differenziata e sottolinea l’importanza della petizione promossa dall’economista Gianfranco Viesti, dallo scrittore Pino Aprile e dal giornalista Marco Esposito per dire no a quella che la petizione definisce “secessione dei ricchi”.

È proprio questo il titolo utilizzato da La Repubblica che alla questione ha dedicato due pagine interne, con un richiamo in copertina: “Ecco la secessione strisciante dei ricchi. A pagare saranno tutte le altre Regioni. E il conto potrà arrivare a 20 miliardi”.

Marco Ruffolo prende in esame il progetto di “autonomia differenziata” che entro febbraio dovrebbe riconoscere maggiori poteri alle regioni Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna e conclude che hanno ragione i 15.000 sottoscrittori della petizione: si sta andando verso una “divisione istituzionalizzata tra italiani di serie A e di serie B”.

Il punto è che le nuove competenze riconosciute alle Regioni “secessioniste” verranno finanziate con un meccanismo perverso già ampiamente denunciato da Marco Esposito nel suo libro “Zero a Sud”, che sta diventando una sorta di Bibbia per i meridionalisti: la coincidenza tra il fabbisogno di un certo territorio con il gettito fiscale prodotto dal quello stesso territorio. Se sei più ricco, e paghi più tasse, hai un maggior fabbisogno rispetto a quanti pagano di meno. Bah…

Gli esponenti del Governo, dalla ministra alle autonomie regionali, Erika Stefani a Barbara Lezzi, ministra pentastellata al Mezzogiorno, gettano acqua sul fuoco delle polemiche, assicurando che  nelle regioni che beneficeranno dell’autonomia differenziata “non vi saranno aggravi di spese da finanziare a scapito del resto d’Italia perché il passaggio delle competenze avverrà semplicemente trasformando le spese dello Stato in spese regionali, senza pagare un euro in più”.

In realtà – argomenta Marco Ruffolo – “le cose non sono così semplici”.

Il progetto prevede infatti che il fabbisogno regionale verrà determinato alla luce del gettito fiscale prodotto dalla Regione e sarà dunque tanto più elevato quanto maggiori saranno le tasse versate dai cittadini di quella Regione.

Torna così il famigerato “residuo fiscale” rappresentato dalla differenza tra entrate fiscali e spese. Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna vantano un residuo fiscale largamente positivo: 5.611 euro pro-capite la Lombardia, 3.293 l’Emilia Romagna, 2.078 il Veneto.

Risorse che allo stato attuale servono a coprire i fabbisogni del resto d’Italia comprese le Regioni che esibiscono un residuo fiscale negativo. Con l’autonomia differenziata verranno, invece, in parte devolute a coprire i fabbisogni determinato con il meccanismo di cui si diceva prima. Capito l’inghippo?

Con quali effetti sulla fiscalità generale, ovvero sulla capacità dello Stato di rispondere ai bisogni di tutti i cittadini?

Filippetti e Tuzi, ricercatori del Cnr, hanno calcolato per conto de La Repubblica, quanto andrebbe in deficit lo Stato se tutte le Regioni trattenessero una parte delle tasse del proprio territorio. Il contributo  regionale alle spese centrali dello Stato si ridurrebbe di 133,2 miliardi se le regioni trattenessero i 5/10 delle tasse, producendo un deficit di 5.7 miliardi.

Va precisato che a farne le spese non sarebbero soltanto le funzioni come Giustizia e Difesa che resterebbero in capo allo Stato, ma anche le competenze come sanità e istruzione trasferite alle regioni oggetto di autonomia differenziata, che dovrebbero essere comunque garantite dallo Stato alle altre regioni.

In un commento intitolato “L’elemosina del welfare come scambio politico”, Emanuele Felice definisce senza mezzi termini l’autonomia differenziata come “un tarlo che mina la tenuta della maggioranza ma soprattutto le fondamenta del Paese, una bomba ad orologeria per la politica”.

L’opinionista ricorda che “secondo alcuni studi, anche solo con l’autonomia di Veneto e Lombardia, lo Stato non sarà più in grado di garantire i livelli essenziali delle prestazioni, da cui dipendono i fondamentali diritti sociali e civili nel resto del Paese e soprattutto del Meridione” concludendo che “l’Italia corre i rischio di sfasciarsi se prevarranno le logiche demagogiche e di breve periodo così forti negli ultimi mesi. E tutto lascia pensare che si stia andando proprio in questa direzione”.

Felice punta il dito contro il M5S: “i Cinquestelle appaiono afoni di fronte a una riforma che priverà i cittadini meridionali di consistenti risorse. Il reddito di cittadinanza va visto anche (e soprattutto) in questa luce: si rivela la principale contropartita, implicita, per compensare il Mezzogiorno. Ma il Sud avrebbe bisogno di ben altro che non sia la mera assistenza: infrastrutture, investimenti nella ricerca e sviluppo, riforme per ridisegnare le competenze delle amministrazioni in modo da poter contrastare il clientelismo e sfruttare meglio i fondi europei”.

La preoccupazione riguarda non solo il metodo, ma anche il merito. Tra le competenze che le Regioni “secessioniste” intendono svolgere da sole c’è anche l’istruzione. Il Veneto vuole assumere direttamente il corpo docente e riconoscere stupendi migliori ai suoi insegnanti. “Un terremoto che bloccherà la rinascita delle scuole nel Sud”, secondo il “maestro di strada” Marco Rossi-Doria.

È senz’altro positivo che la grande informazione comincia a scoprire e a sottolineare i rischi connessi all’autonomia differenziata (a proposito, non se ne parla proprio per niente sulle reti Rai). Ma la bomba è innescata, e il conto alla rovescia è già avanzato. Forse è troppo tardi per evitare che esploda, distruggendo l’unità e la coesione del Paese.

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