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Per sottolineare le potenzialità agroalimentari del Tavoliere e della Capitanata venne coniata la suggestiva metafora della Daunia Valley. Correvano gli anni Settanta, la provincia di Foggia, oggi stabilmente agli ultimi posti delle classifiche nazionali della qualità della vita, veniva annoverata tra le aree meridionali che marcavano la più rapida riduzione del divario con il Nord, e qualcuno azzardava potesse diventare addirittura  una California del Sud.

Suggestioni e metafore che appartengono al passato. Le risorse endogene che avrebbero dovuto alimentare e sostenere il processo di sviluppo sono state oggetto di una costante espropriazione. Negli anni Settanta, la Capitanata rappresentava un caso nelle strategie di sviluppo del Sud. Oggi è l’emblema dello sviluppo mancato, del sottosviluppo sancito da scelte economiche e finanziarie non assunte “sul” e “dal” territorio, ma piuttosto contro il territorio, che ne mettono a rischio la stessa identità.

Incredibilmente, e nel totale disinteresse della classe dirigente, il Tavoliere, “granaio d’Italia” per storia e per antonomasia, è tra le aree italiane che stanno facendo registrare il più elevato consumo di suolo. Una recente indagine del SNPA (Sistema Nazionale per la protezione dell”ambiente) ha lanciato un documentato grido d’allarme. Ancora una volta sull’altro piatto della bilancia dello sviluppo locale ed endogeno, c’è lo sfruttamento del territorio per la produzione di energia.

Negli ultimi decenni, sono stati a parchi eolici a stravolgere il paesaggio, offrendo in cambio modeste ricadute economiche ed occupazionali. La partita si è spostata adesso sul fronte del fotovoltaico, che sottrae all’agricoltura molti più ettari, di quanto non faccia l’eolico.

Il caso più clamoroso è quello di Troia, che nella graduatoria nazionale dei comuni che hanno maggiormente consumato il proprio suolo si piazza al secondo posto, alle spalle di  Roma (123 ettari), con ben 66 ettari di terreni agricoli immolati alla installazione di pannelli fotovoltaici. Non è una sorpresa, perché l’agro della cittadina del Rosone ospita da un anno il parco fotovoltaico più grande d’Italia realizzato dalla società danese European Energy. La costruzione ha coinvolto imprese e maestranze locali, è stato scritto all’epoca della inaugurazione. Ma quale sarà, a regime, l’impatto occupazionale, raffrontato ai posti di lavoro sottratti all’agricoltura?

Il caso dell’European Energy sembra destinato a non restare isolato. Nella top ten della classifica dei comuni pugliesi che registrano il maggior consumo di suolo pro capite (mq/abitante) otto ricadono in Capitanata. Nell’ordine, Volturara Appula, Celle San Vito, Alberona, Ascoli Satriano, Sant’Agata, Candela, Chieuti e Faeto.

Si parla di decine di progetti per l’installazione di parchi di pannelli fotovoltaici, che stanno per essere installati sui terreni di quella che avrebbe potuto e dovuto essere la Food Valley del Sud.

Il peggio è che i (pochi) benefici derivanti dalla produzione di energia rinnovabile non sono bilanciati dal prezzo ambientale enorme implicato dalla sottrazione dei terreni all’uso agricolo.

Il consumo di suolo manda in fumo metà del Piano nazionale di ripresa e resilienza, titola senza riserve Altreconomia, in un documentato articolo di Ilaria Sesana, che potete leggere integralmente qui.

“Il timore – scrive Altreconomia – è che nei prossimi anni, ulteriori aree agricole possano essere impermeabilizzate per installare impianti fotovoltaici a terra: il Snpa prevede un aumento al 2030 compreso tra i 200 e i 400 chilometri quadrati di nuove installazioni a terra che invece potrebbero essere realizzate su edifici esistenti.

Conciliare la produzione rinnovabile di energia e tutelare il suolo è possibile, ricorda il rapporto: sfruttando i tetti ed eventualmente le aree già cementificate e abbandonate per installare pannelli fotovoltaici si può produrre una quota di energia sufficiente senza intaccare i terreni. Il Snpa ha analizzato la carta del suolo consumato 2020 e ha stimato la superficie di tetti potenzialmente adatti allo scopo, eliminando quelli dei centri storici e applicando fattori di riduzione: si tratta di una superficie che va dai 682 agli 891 chilometri quadrati, per una potenza variabile dai 66 agli 86 GW.”

Lo scempio dell’agricoltura potrebbe essere evitato, semplicemente utilizzando i tetti. Ma occorrerebbe un governo del territorio consapevole. Una cabina di regia regionale e provinciale che da troppo tempo ormai è assente.

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