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Il sorprendente risultato elettorale di lunedì scorso apre
per la politica foggiana e pugliese prospettive imponderabili. Un dato è certo:
il quadro politico classico è saltato. Non ci sono più poli che si
contrappongono l’uno all’altro, non ci sono più partiti in grado di svolgere la
funzione di ago della bilancia, in un modo o nell’altro bisognerà fare i conti
con il Movimento 5 Stelle. Tutto questo induce un’ulteriore conseguenza: per
sperare di vincere le sfide elettorali che si approssimano, dalla regione alle
città della pentapoli, occorrerà mettere in campo candidati diversi dal solito,
e facce nuove.
La coalizione che esce più pesantemente ridimensionata dalla
consultazione, numeri alla mano, è quella di centrodestra, ma il vero sconfitto
è il centrosinistra che ambiva a riconquistare la leadership provinciale, che
resta invece ancora saldamente in mano agli avversari. 
Prendendo in
considerazione i risultati della camera, la coalizione di Berlusconi perde
oltre 11 punti, e il rosso per il Pdl è ancora peggiore, attestandosi attorno
ai 15 punti. Il centrosinistra sta a meno dieci come coalizione, il Pd a meno
11. Cifre alla mano, la massa dei voti perduta dalle due maggiori coalizione
sembra essersi trasferita tout court a Beppe Grillo. 

Cose interessanti sono
successe anche in seno ai centristi: la “salita in politica” di Mario Monti e
la discesa in campo della sua lista ha penalizzato duramente sia l’Udc che
Futuro e Libertà. I centristi migliorano leggermente il risultato di cinque
anni fa, di un punto e mezzo. Il primo partito del polo centrista è di gran
lunga quello di Monti, con il 7.84, l’Udc perde ben sei punti rispetto alla
precedente chiamata alle urne  e vede il
suo corpo elettorale più che  dimezzato.
Di fronte a una tale situazione, è difficile ipotizzare
credibili scenari di governabilità negli enti locali ed è pertanto del tutto
incomprensibile la richiesta di dimissioni del governo regionale formulata da
alcuni esponenti del centrodestra, che non è certamente uscito vincitore dalle
urne. Certo, i dati regionali dicono che se si dovesse votare oggi per la
Regione ci sarebbe una maggioranza di centrodestra, che però – pur con il
premio di maggioranza – avrebbe vita tutt’altro che facile.
Anche per questo, la quasi certa prospettiva di un rinnovo
del consiglio regionale in autunno, dopo le dimissioni del governatore Vendola,
sta cominciando a perdere quotazioni. Tutto dipenderà da quel che farà Bersani, se riuscirà a comporre un governo, se si riuscirà a salvare la legislatura. Se si dovesse tornare subito alle urne per le
elezioni politiche, l’ipotesi che il governatore si dimetta potrebbe diventare più
remota.
Proiettando i risultati sugli appuntamenti elettorali
prossimi venturi, il risultato che si ottiene è sempre quello di una
governabilità assai problematica. Mai il quadro politico era stato così
frantumato, neanche ai tempi del sistema proporzionale. 
Il caso più emblematico riguarda Foggia: nel capoluogo il centrosinistra finisce al terzo posto con il 25.96%,
alle spalle del centrodestra (31,37) e del movimento di Grillo (28,4).
I centristi si attestano poco sotto il 10 per cento, con la
grande novità della Lista Monti che da sola prende il 7,63. Quasi scompare l’Udc
(1,64). Meno deludente che altrove il 2,27 ottenuto da Rivoluzione Civile di
Ingroia, che resta però ben al di sotto del 6 per cento conquistato nelle
precedenti elezioni dall’Italia dei Valori.
Non bisogna essere dei politologi per concludere che non
esistono coalizioni e partiti in grado di polarizzare attorno a sé una
maggioranza possibile. Dalle urne emerge una geografia politica provinciale e
cittadina del tutto nuova, però fortemente disgregata. Una geografia che
disegna complicatissimi scenari per il prossimo futuro ma che presenta anche un
suo fascino. Se non vi sono partiti in grado di coagulare maggioranze,
figuriamoci se riusciranno a farlo i “soliti noti” della politica. Bisognerà
puntare su uomini in grado di governare progetti politici di largo respiro. 
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