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La conoscenza del passato è necessaria alla comprensione del presente, soprattutto nel caso di territori, come la Capitanata, che versano in una situazione di endemico sottosviluppo. Perché, nonostante la sua favorevole posizione geografica e la sua notevole estensione, la provincia di Foggia non è mai riuscita ad imboccare seriamente la strada dello sviluppo economico e sociale?
Per cercare la risposta bisogna andare molto indietro nel tempo, così come ha fatto un interessante convegno promosso dalla Biblioteca provinciale di Foggia, La Magna Capitana e dalla sezione foggiana della Società di Storia Patria per la Puglia, con il patrocinio dell’Università di Foggia.
Raramente mi era capitato di partecipare ad un convegno così “attuale“, pur trattando un tema dichiaratamente storico: “Una provincia di servizio? La Capitanata in età moderna e contemporanea.
Il fatto è che l’essere stata una “provincia di servizio” (e l’esserlo ancora, basti pensare ai parchi eolici che punteggiano il paesaggio, o all’invaso di Occhito) ha influenzato in modo decisivo sia il passato che il presente di questa terra.
A introdurre i lavori, moderati con bravura e intelligenza da Gabriella Berardi, direttrice del Polo Biblio-museale di Foggia, è stato Mario Freda, presidente della sezione di Foggia della Società di Storia Patria per la Puglia, che ha fornito utili chiavi di lettura sul tema del convegno, presentando sinteticamente il libro di Saverio Russo, Nella Puglia Settentrionale, libro che, per primo,  ha tratteggiato l’idea della Capitanata quale “provincia di servizio”: “Un paese che ignora il suo ieri non può progettare con efficacia il suo domani. I problemi del passato perdurano ancora oggi.”
Nella pubblicazione di Russo – ha sottolineato Freda – viene individuato come fattore critico la dogana delle pecore, che da un lato sosteneva le casse dello Stato attraverso la fiscalità, dall’altro influenzava fortemente il paesaggio e la qualità della vita. Uno squilibrio che si ripeteva anche in altri settori, come la produzione del sale, che avrebbe potuto essere l’oro bianco della Capitanata. Oltre alla dogana, la monocoltura, la distanza dei centri abitati, la mancanza di una buona classe dirigente, l’ignoranza dei contadini sono stati i fattori che hanno impedito o ritardato il decollo economico del territorio.
Temi che sono stati approfonditi nella relazione svolta dallo stesso Saverio Russo, docente di storia moderna all’Università di Foggia.
Lo studioso è partito da quanto, nel 1570, Camillo Porzio ebbe a scrivere al viceré di Napoli, definendo la Capitanata “assai giovevole al Regno, ma in quanto a sé la più inutile che vi sia tra le province del Regno, malissimo abitata, da uomini inetti, poverissima di acqua. Ma produce grano e orzo, vi si fa il sale e il salnitro e nutrisce la maggior arte del bestiame del Regno.”
Porzio è stato così il primo a teorizzare l’idea della Capitanata quale provincia di servizio, che serve le altre, ma è inutile di per sé, e a se stessa. Secondo Russo, però, non è stata solo la Dogana a influenzare lo sviluppo, ma anche la pervasività della rendita e del controllo mercantile sulle produzioni che si realizzavano nel Tavoliere.
La Dogana produceva una rendita elevata che serviva alla spese generali del vicereame, ma non veniva investita qui, se non occasionalmente, come per Palazzo Dogana. Tanto per dire, Filippo II utilizzò parte dei proventi della dogana per pagare la dote di sua figlia.
Il relatore ha ricordato come sulla provincia gravassero anche le proprietà di imponenti enti ecclesiastici, le abbazie concistoriali, ma anche enti ecclesiastici di nuova fondazione, che investivano nell’acquisto di masserie. I proventi di questa attività non restavano sul territorio, ma servivano a finanziare spese di altro tipo, come le pensioni curiali.
La provincia di Foggia fu anche terra di feudi dei Cavalieri di Malta, e di grandi famiglie dell’aristocrazia feudale come i D’Avalos, i Caracciolo, i De Sangro, i Doria.
Anche l’intermediazione mercantile produceva flussi economici e finanziari che sfuggivano ai produttori locali. Il commercio della lana era in mano ai veneziani, quello degli animali da macello nelle mani di operatori napoletani, fiorentini, della Terra di Lavoro o della Marca Pontificia: il prodotto alimentava il mercato di Napoli e quello di Roma. Da Bari venivano invece gli operatori del commercio dei formaggi ,mentre il mercato del grano era affare di operatori napoletani e veneti.
“La rendita va altrove, i proventi mercantili vanno altrove, sul territorio resta pochissimo” ha sottolineato Russo, ricordando che perfino il porto di Manfredonia, da cui transitava una notevole quantità di merce, metteva a disposizione solo facchini ed operatori portuali.
Tutto ciò ha profondamente influito sull’autocoscienza del territorio. Nel suo libro sulla storia della città di Troia, Pietrantonio Rosso sottolinea che la provincia è vuota di centri urbani, ma ha una sua funzionalità: “dalle rovine e dalla desolazione viene molta abbondanza al regno ed altre parti d’Italia”.
Gerolamo Calvanese parla dei commercianti forestieri che fanno fortuna a Foggia mantenendo la famiglia nel loro luogo d’origine. Nel Settecento le cose cambiano in parte, perché alcuni di questi operatori si stabiliscono a Foggia: i Barone, i Filiasi, gli Zezza che si trasferiscono da Corato a Cerignola e Foggia, diventando baroni di Zapponeta, mentre, nell’Ottocento, si inseriscono nei ranghi della classe dirigente foggiana pezzi del mondo armentizio abruzzese.
Date queste premesse, il destino della Capitanata era segnato? Saverio Russo ha puntualmente risposto all’interrogativo: “Non credo nei caratteri originari, sono contrario a leggere la storia di un territorio come segnato per sempre da un vulnus iniziale. Il territorio ha avuto dei momenti di svolta possibili, il problema è capire perché non sono stati adeguatamente utilizzati, e fino a che punto questa debolezza abbia determinato anche la debolezza dell’autocoscienza cittadina. Non abbiamo molte storie civiche.”
La parola è quindi passata a Franco Mercurio, già direttore della Biblioteca Provinciale di Foggia e della Biblioteca Nazionale di Napoli, autore di un libro, Classi dirigenti o ceti dominanti, il cui titolo offre già un’intrinseca risposta al problema della debolezza strutturale della classe dirigente.
“Terra di confine, terra di servizio, questo territorio non è mai riuscito a trovare una sua stabilità” ha detto Mercurio, concordando sulla tesi che il ruolo della Dogana fu fondamentale a determinare le dinamiche del territorio.
“Si produceva ricchezza che non è mai rimasta qui, anche per quanto riguarda il lavoro, perché il basso indice demografico implicava la necessità di approvvigionarsi di manodopera altrove”. Secondo Mercurio, l’immensa proprietà pubblica ha impedito la costruzione della moderna proprietà, che nel Tavoliere è avvenuta con cento, duecento anni di ritardo. “Fino all’Ottocento la ricchezza era una ricchezza monetaria che paradossalmente costruiva sull’immobilità. Non si potevano effettuare migliorie ai fondi. Il terreno veniva utilizzato da affittuari, non da proprietari. Come si poteva pensare all’espansione della città di Foggia quando appena fuori l’abitato la proprietà delle terre era del re?”
E poi l’elevata morbilità. Vivere in pianura era un’impresa difficile, chi veniva se ne andava immediatamente.
Qualcosa cambia nell’Ottocento, quando si riducono i rapporti con il resto d’Italia. L’industria della lana comincia ad essere messa fuori mercato fino a diventare marginale, e resta chiusa solo all’interno del Regno. Cambia l’assetto produttivo, cambia la domanda alimentare, c’è bisogno di più grano.
Secondo Mercurio, la grande riforma e l’affrancamento del Tavoliere nascono in questa logica e in questo diverso contesto. “Non più un rapporto labile, superficiale tra gli uomini e la terra. La coltivazione chiede una presenza più stabile del lavoro, e non più stagionale com’era per la pastorizia transumante. Se prima la manodopera era stagionale adesso diventa stabile. Le città diventano “agrotown“, in cui la popolazione è caratterizzata da una fortissima presenza bracciantile.
Anche i rapporti sociali cambiano, la classe mercantile sceglie di insediarsi e comincia ad identificarsi con lo spazio che occupa, mentre prima era difficile sedimentare una storia sociale, una storia urbana. Il Tavoliere cessa di essere una terra di conquista.
Sono sforzi che ricordano quelli che fecero i primi pionieri americani: lo sforzo di colonizzare il territorio, di urbanizzarlo. Nell’Ottocento nasce la grande proprietà terriera. Il legame prima era solo con la ricchezza, con l’affrancamento nasce invece una moderna proprietà contadina, che sconvolge una logica che era tutta mercantile, basata sulla ricchezza mobiliare, che adesso diventa una ricchezza immobiliare.
Nasce il grande latifondo, con tutti i limiti, perché una cosa è coltivare il proprio piccolo appezzamento migliorandolo, un’altra è coltivare un latifondo. Compare la classe bracciantile, che comincia a prendere coscienza del proprio ruolo e della propria funzione. Chiede di lavorare di più, il che implica un cambiamento delle scelte colturali e delle tecniche di coltivazione.”
I lavori sono stati conclusi da Sebastiano Valerio, direttore del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Foggia, che ha invitato a riflettere su un’idea del territorio che non è solo un territorio di passaggio, ma anche territorio di incontro, che può diventare produttivo se si riesce ad interpretarlo in modo costruttivo. “La Capitanata è stata prima di tutto un luogo d’incontro. L’unica novella del Decameron è ambientata nel Foggiano: ma com’è che Boccaccio conosceva Borgo Tressanti? Era la storia di un viaggio in Capitanata. È importante seguire queste rotte.”

La storia del Novecento in Capitanata è stata ricca di suggestioni del genere, dell’idea di uno sviluppo come relazione. Gli organizzatori si sono impegnati ad una seconda puntata di questa bella riflessione collettiva, dedicata al Novecento. L’autocoscienza del territorio nasce anche da questo.

Geppe Inserra

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