C’è uno spettro, che si aggira in quello che era una volta in Bel Paese, senza che nessuno se ne avveda: la sistematica espropriazione dei poteri delle autonomie locali a vantaggio di un neocentralismo statale e regionale, spesso becero e rapace.
In una democrazia normale, dovrebbero essere i cittadini a scegliere da quale livello istituzionale far governare le loro vite. Ma in Italia non funziona così. Tanto per dire, gli elettori hanno bocciato la riforma costituzionale che sopprimeva le Province, ma il Parlamento non ne ha preso atto.
A correre i rischi maggiori sono i piccoli comuni, soprattutto meridionali, il cui potere contrattuale nei confronti delle Regioni e dello Stato è ormai prossimo allo zero.
Qualche giorno fa, la Corte Costituzionale ha scritto la parola fine all’annosa querelle sulle royalties dell’energia eolica, innescata dalla Legge di Bilancio 2019, la cui interpretazione aveva dato luogo a sentenze contrastanti e, di fatto, aveva congelato la possibilità per i Comuni interessati di “fare cassa”, introitando le royalties previste sulla base degli accordi a suo tempo stipulati con le aziende titolari dei parchi eolici.
La Suprema Corte ha stabilito che l’articolo delle legge di bilancio che stabilisce che le Convenzioni vanno riviste per adeguarle alle Linee Guida Ministeriali è legittimo, ma che le aziende dovranno comunque versare ai Comuni le royalties maturate fino all’entrata in vigore della norma, ovvero fino al 1° gennaio 2019.
La possibilità per i Comuni di avere “voce in capitolo” sulla installazione di impianti per la produzione di energia eolica sul loro territorio si era già considerevolmente alleggerita da ben prima dell’emanazione delle Linee Guida Ministeriali e cioè da quando, nel 2003, l’obbligo di ottenere per l’installazione delle pale la concessione edilizia (rilasciata dal Comune) era stata sostituita dall’autorizzazione unica (di competenza regionale), nel cui iter di rilascio i comuni hanno solo la possibilità di esprimere un parere, neanche vincolante.
È appena il caso di sottolineare che qui si parla di un bene pubblico inalienabile, come il paesaggio, spesso compromesso dalla installazione selvaggia delle pale e dei parchi eolici.
La Capitanata è stata tra le aree maggiormente interessate da questo fenomeno negli ultimi decenni. A farne le spese sono stati soprattutto i Monti Dauni, che hanno visto il paesaggio letteralmente stravolto dalla proliferazione dei parchi. Fino all’avvento dell’autorizzazione unica regionale e delle Linee Guida Ministeriali i Comuni potevano se non altro negoziare con le aziende la royalties, intese come compensazione monetaria dell’impatto ambientale provocato dalle pale eoliche.
E adesso? La sentenza della Corte Costituzionale farà affluire nelle asfittiche casse comunale una massa finanziaria importante. Ma sugli scenari prossimi venturi, c’è assai poco di che gioire. Le Linee Guida prevedono che “le compensazioni, volte in tutto o in parte al riequilibrio ambientale e territoriale, vanno determinate entro limiti percentuali (massimo 3% della valorizzazione dell’energia prodotta) concordati nell’ambito di apposita Conferenza dei Servizi e non autonomamente tra operatori economici e Comuni”.
Tra l’altro, le Linee Guida introducono, con una sottigliezza linguistica e giuridica, il concetto di “compensazione ambientale” più comprensivo di quello di “compensazione monetaria” (ovvero royalties) immediatamente imputabile ai bilanci comunali. Proprio in Puglia, abbiamo vissuto un amaro esempio di che significhi questa novità, quando il competente assessorato regionale ha destinato le royalties per i parchi eolici dei Monti Dauni a opere pubbliche in altre province pugliesi.
Non ha dubbi Saverio Lamarucciola, sindaco per molti anni di Pietra Montecorvino, nonché uno dei più significativi protagonisti del gruppo di sindaci che si sono battuti per ritagliare un ruolo più significativo ai Comuni: “Si tratta di una vittoria di Pirro”.
In un approfondito articolo pubblicato su bonculture.it (potete leggerlo integralmente qui) Lamarucciola scrive: “i Comuni vengono definitivamente posti in una posizione marginale nella formazione del procedimento autorizzativo, relegati al ruolo di semplici spettatori a cui viene concesso di applaudire o meno, ma non già di poter incidere in alcun modo sui contenuti di un “copione” che, come in questo caso, è scritto e interpretato da altri soggetti (Regione e Società produttrici). Anzi, a ben vedere, ai Comuni, che fino a questa data erano gli unici protagonisti, gli attori principali, viene preclusa qualsiasi possibilità di esercitare quel “potere contrattuale” precedentemente riconosciutogli che, manco a dirlo, passa esclusivamente nelle mani della Regione e delle Società Produttrici.”

[La fotografia che illustra il post, concessa con Creative Common License è di Mario Cutroneo.]

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