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La questione dei mitragliamenti cui Foggia sarebbe stata sottoposta contestualmente ai bombardamenti alleati, nell’estate del 1943, resta tuttora aperta. Studiosi e ricercatori ritengono che non vi siano evidenze certe del misfatto, anche se la città esibisce ancora oggi, come ferite mai rimarginate, alcune tracce. Studioso di quei drammatici eventi, ed autore del fondamentale libro Foggia dal settembre ’43 alla rinascita. Storia, testimonianze. documenti (Editrice Parnaso, Foggia 2013) Tommaso Palermo, le ha localizzate in un palo della Villa Comunale, crivellato dai proiettili delle micidiali armi. Le foto scattate da Claudio Manzi (che ringrazio per averle messe a disposizione, assieme a Palermo) ne evidenziano il calibro, consistente, e i fori d’entrata, che lasciano pensare a un volo radente.

Quei raid vengono ricordati diffusamente anche dalla memoria popolare. Quando ero ragazzo, mio padre mi parlava frequentemente di un micidiale mitragliamento a bassa quota nella villa comunale, in cui sarebbero rimasti uccisi numerosi inermi civili, tra cui anche diversi bambini.
È una questione mai del tutto chiarita, che grazie alle possibilità di consultazione offerte dalla rete, si arricchisce tuttavia di nuovi elementi.
Gli Alleati hanno sempre sostenuto che i mitragliamenti a bassa quota venivano utilizzati per la distruzione degli aerei nemici e delle strutture sensibili. L’obiettivo principale era costituito dagli aeroporti del Foggia Airfield Complex, il sistema aeroportuale la cui conquista veniva considerata nevralgica, perché avrebbe consentito di estendere il raggio di azione dei bombardieri, minacciando la stessa Germania.
Nel suo libro La guerra aerea in Europa, Eric Hammel descrive il raid operato sull’aeroporto Gino Lisa di Foggia il 25 agosto 1943. È un racconto impressionante, perché in un certo senso ribalta l’idea comune di bombardamento. Il cuore dell’attacco fu rappresentato infatti proprio dallo strafing, il mitragliamento a bassa quota. “Settantacinque P-38 dell’82° Gruppo Caccia e 65 P-38 del 1° Gruppo Caccia – scrive Hammel – organizzano un devastante bombardamento a bassa quota contro il complesso dell’aerodromo di Foggia. I P-38 rivendicano 137 aerei dell’Asse distrutti o danneggiati e mitragliano anche numerose postazioni antiaeree, edifici aeroportuali e le apparecchiature che si vedono dall’alto. Due P-38 del 1st Fighter Group e i loro piloti sono andati persi. Il raid è così efficace che non si incontra neanche un aereo dell’Asse in volo sopra i diversi bersagli. Quindi, non appena i P-38 lasciano il foggiano, 136 B-17 NASAF, scortati dal 14th Fighter Group, sganciano 240 tonnellate di bombe su quattro dei campi satellite di Foggia. Si stima che circa 60 velivoli dell’Asse siano danneggiati o distrutti a terra in questa fase dell’attacco. Inoltre, i B-24 del IX Bomber Command attaccano gli scali di smistamento di Foggia.”
Un attacco poderoso, del quale lo strafing rappresentò la parte nevralgica. L’aereo P-38 era un caccia bimotore prodotto dalla Lockeed, largamente impiegato durante la seconda guerra mondiale dalla RAF e dagli Stati Uniti (AAC/AAF).

Il palo metallico nella Villa Comunale di Foggia crivellato di proiettili

Dal tono delle parole di Hammel, si intuisce che il ricorso al mitragliamento a bassa quota non costituiva un’eccezione nelle strategie belliche alleate, ma piuttosto la regola.
Anche se non vi sono evidenze certe del loro utilizzo a danno dei civili, la stampa italiana dell’epoca riportò alcuni dolorosi episodi.
Dei mitragliamenti su Foggia si occupò il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, dando notizia in prima pagina dell’incursione del 31 maggio (la seconda, di quella tragica estate): “Mentre è ancora in corso di accertamento il numero delle vittime delle incursioni aeree nemiche, appare sempre più evidente come gli aviatori abbiano infierito contro pacifici cittadini mitragliando da bassa quota in aperta campagna casolari e lavoratori. Erano questi i principali obiettivi militari che hanno preso di mira e colpito con le loro azioni scellerate. Verso mezzogiorno essi sono scesi alla periferia dell’abitato di Foggia colpendo alcune case coloniche, una delle quali è crollata uccidendo la moglie del colono, la sua tenera bambina e ferendo gravemente il colono stesso, che è poi deceduto durante la notte. Sono stati barbaramente mitragliati tanto donne quanto bambini, che, sorpresi dall’incursione, tentavano di rifugiarsi nella campagna sparpagliandosi tra i campi coltivati a grano. Tra le vittime sono una decina di donne e sei ragazzi; un’atrocità senza nome.”
Non fu soltanto la città di Foggia a finire nel mirino dei caccia alleati: “Dopo una puntata su un casolare dell’agro di un Comune del Subappennino – si legge ancora sul Corriere della Sera -, i criminali hanno volato sulle campagne di Lucera, scendendo a quota ancor più bassa e mitragliando comitive di coloni intenti al lavoro dei campi. Sono rimaste uccise sei persone.”
La corrispondenza da Foggia è firmata con la sigla V.C..
L’episodio suscitò viva emozione spingendo la redazione del quotidiano milanese, a dedicare al mitragliamento, quel giorno stesso e sempre in prima pagina, un articolo di fondo intitolato “L’ala omicida”.

L’ingrandimento del foro d’entrata di un proiettile (foto Manzi)

“La campagna è vasta, disseminata di ulivi, solcata dalla traccia pastorale dei tratturi. Le case sono lontane l’una dall’altra. Il grido di un ferito si può spegnere nell’immensità. Una famiglia di tre persone fra cui una donna e una bambinetta è morta in una casetta alla periferia di Foggia. Dieci donne e sei ragazzi, che cercavano rifugio all’incursione disperdendosi fra campi sono stati uccisi, ancora vicino a Foggia. Sei contadini sono stati raggiunti dalla sventagliata della mitraglia nei campi di Lucera, e hanno santificato con il loro sacrificio la terra cui avevano dedicato tutta una vita di lavoro. Queste le prime notizie.
In una terra vasta come quella di Puglia, tagliata da lunghi rettifili, percorsa da quasi invisibili sentieri, abitata da una popolazione che compie lunghi tragitti per recarsi al lavoro della terra, un uomo ucciso, una donna uccisa, sono difficili da ritrovare come un’allodola caduta sotto la fucilata di un cacciatore. Solamente il Liberatore che si è abbassato a volo rasente a inseguirli, e li ha inquadrati nel traguardo della sua mitragliatrice, può forse sapere la loro fine. L’uomo li ritroverà, nella sua ricerca pietosa. Ma intanto Dio li vede tutti.
Erano dei lavoratori dei campi, contadini, donne, ragazzi: gente che aveva vissuto entro un orizzonte chiuso fra i limiti delle seminagioni e dei raccolti, limiti antichissimi ed eterni, sacri alla più semplice e alla più feconda opera umana: agricoltori, come la grande maggioranza di questa nostra razza italiana che con tante fatiche trae da avare terre il suo pane, il suo sudato pane. Erano i forti contadini pugliesi, infaticabili camminatori nell’alba, infaticabili lavoratori sotto la vampa del sole: erano le loro mogli e loro ragazzi, che dividono con loro ogni fatica ogni destino. I loro occhi, da generazioni infinite, sono abituati a guardare al cielo solo per vedere se si annunci la nuvola apportatrice di pioggia, o se il sole cominci a calare indicando l’ora per il ritorno ai villaggi. I loro occhi sono abituati a cercare, nel cielo, l’aiuto per il loro lavoro, e la presenza di Dio. Un’ala omicida è passata, in quel cielo che aveva avuto per essi soltanto lunghi racconti di semine e di raccolti, e semplici suggerimenti di tenerezza, di amore e di fede. Una grandine feroce li ha cercati, uno per uno.
Non si sono più rialzati. Le loro piccole figure. falciate dalla mitraglia, si sono abbattute qua e là, in un solco, sotto un ulivo, sull’erba del tratturo, come in un’antichissima e tragica storia. A bordo del Liberatore non si sono contati forse nemmeno quanti colpi mancavano ai lunghi nastri delle mitragliere. Era stata arata carne d’inermi. La missione era compiuta. La novecentesca civiltà americana aveva ucciso contadini delle terre dove duemila anni fa nasceva Orazio.”
L’episodio pare inquadrarsi nella logica dei “bombardamenti strategici” teorizzati dagli inglesi (dopo che essi stessi ne erano stati vittime, per mano nazista): colpire anche la popolazione civile, per terrorizzarla.
A parte la retorica di cui è intriso, l’articolo è illuminante sul salto di qualità compiuto dalla strategia bellica alleata dopo lo sbarco in Sicilia, il che spiega anche il risalto dato dal quotidiano agli episodi successi a Foggia e in Capitanata. Quel 31 maggio, a crivellare di colpi obiettivi militari e non, non furono le mitragliatrici dei caccia ma quelle dei bombardieri pesanti, che dopo aver sganciato le bombe proseguirono a volare a bassa quota per operare il massacro descritto dal giornale.

Quasi a far intendere che niente sarebbe stato come prima.
Geppe Inserra

 

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